venerdì 14 novembre 2008

PROFONDO DISGUSTO e una METAMORFOSI



È solo un corpo morto, un pezzo di carne che ha iniziato il suo processo di decomposizione, che scopo ha cercare di purificarlo? Non saprei, è che ormai mi sono affezionato, dopo tutto questo tempo. L’ho trovato per caso un giorno, nei miei pellegrinaggi, quando ancora non sapevo che si muore soli, era adagiato sulla poltroncina di un teatro, e non diceva niente. Non esprimeva né rabbia né commozione, non veniva voglia di toccarlo, tantomeno di spostarlo; non puzzava ancora, ma si capiva che era morto da un bel po’. Così l’ho preso con me, ho deciso di portarlo qua, a casa mia, posizionandolo come potevo su di un tavolo, in attesa di sapere dove metterlo. È il corpo di un superbo, la cui unica capacità era quella di sentirsi il solo a meritare di vivere il presente, preso dall’immagine che si era creato di se e che cercava di proporre agli altri. Mi sembra di sentirlo, pomposo, che si bea di argomenti di cui non sa nulla usando parole di cui a malapena conosce la corretta pronuncia: “il senso di trascendenza implicito al gesto mi a portato al culmine della gamma cromatica sensibile” per dire che era stato al bagno e ci aveva passato una mezz’ora della sua vita, che di tempo ne ha sempre avuto troppo, finché non ne ha avuto più.
Oggi mi sento inspirato, sarà che a vederlo così mi è venuta voglia di aiutarlo ad essere migliore. Nella cassetta degli attrezzi che ho preso in garage trovo un martello e una scatola di chiodi, di quelli grossi, per quadri importanti, per novelli Gesù da mutilare con cura, per appendere le immagini di se ingigantite fino a rivelare ogni insignificante particolare; ho il martello in mano e una sensazione di potere addosso, sorrido consapevole di avere tutto per me il cadavere che ho sempre sognato. La luce gialla illumina la stanza, il computer acceso emette un ronzio fastidioso che si mischia senza amalgamarsi al fischio continuo che mi urla nelle orecchie da due anni a questa parte, ed ora è come un vecchio amico che ti si è piazzato in casa e non vuole più andarsene; che caro, è così affettuoso! Mi metto le cuffie, due dischi volanti bianchi che costano di più perché ti emettono nel cervello meno schifezze elettroniche, come se davvero volessi fare il professionista o vivere così a lungo da poter raccontare di aver fallito. La musica è leggera, si addice alla prima notte di luna calante, si festeggia un evento importante: il ritorno del buio e la stigmatizzazione di un bastardo. Ingoio ad occhi chiusi una manciata di cereali secchi tipo corn flakes, però più buoni, e vibro il primo colpo.
Forte e obliquo sui piedi, sovrapposti per l’occasione. Dalle ferite esce un liquame rosso solo all’apparenza, sono piccoli grumi che schiumano via dalla pianta e macchiano il legno del tavolo. Questo è per non aver fatto più un passo, per essere rimasto immobile a fissare il mondo che ha continuato a girare; la tua superbia avrebbe voluto che si fermasse in contemplazione della tua morte, e invece è stato così dinamico da dimenticarti, rimpiazzarti con elementi più funzionali, come in una fabbrica lasciata in mano al socialismo. Il giorno in cui sei morto eri in una piazza, era notte e non c’era nessuno, solo il vento che sussurrava una verità relativa, ti spingeva a cambiare e tu non l’ascoltavi; non te ne sei neanche accorto che la vita scivolava via, troppo preso nel cercare di guardarti in terza persona per vedere se riuscivi lo stesso a piacerti. Quel giorno eri forte, come non potevi esserlo? Lo eri stato fino a quel giorno, una vita passata ad accrescere il proprio personaggio, a recitare una parte fine, dedicata a coloro che non hanno la dote di saper dire le bugie. E poi eri stato al mare da poco, e anche il sole ti baciava, e a volte basta così poco per sentirsi amati. Ma non ti accorgesti di essere da solo, e non capisti che lo saresti stato per il resto dei tuoi giorni, scivolato nel letargico, finale torpore.
Contemplo l’inizio dell’opera e devo dire che se mi impegno a volte riesco a creare anche qualcosa di interessante, tutto sta nell’applicarsi con dedizione, con trasporto. Un velo di sudore mi appanna gli occhiali mentre cerco qualcosa nella cassetta, devo trovare lo strumento giusto per il prossimo lavoretto, e sono così concitato da accorgermi solo dopo un paio di minuti che ce l’ho già in mano: il martello! Splendido, in due pezzi, manico di legno e testa di una lega arrugginita ma che picchia ancora duro. Sui ginocchi in frantumi. Mentre vibro i colpi sento le ossa piegarsi e spezzarsi, la rotula in frammenti fuoriesce dalla carne spappolata mentre le gambe si piegano in dentro, ridicole e scomposte, come se fossi atterrato su di loro dopo esserti buttato dal balcone di un quinto piano. Forse avresti dovuto. La seconda volta che sei morto eri proprio su quel balcone che aspettava di vederti saltare, e invece niente, perché ancora non sapevi d’essere morto, anche se c’era già qualcosa che puzzava. Era di nuovo notte, una notte d’estate non bella ma abbastanza calda da far pensare che il buio e il freddo siano entità distinte tra loro; illuso, ti saresti ricreduto presto. Un gatto grigio ti osservava in silenzio, battendo la coda prima a sinistra, poi a destra, poi di nuovo a sinistra e così via, quasi a voler scandire il tempo che ti stava sfuggendo di mano. Quella sera pensavi che tutto sarebbe andato al posto giusto, come la prima volta che scarti un puzzle e vedi la figura in copertina senza la minima consapevolezza di tutti i pezzi che la compongono; non pensavi neanche di voler giocare, eppure qualcuno aveva già iniziato a mettere i tasselli in ordine, e anche se gli incastri a volte non sembrano giusti è solo perchè hai perso di vista il quadro completo.
Sembra che il prossimo passo sia obbligatorio nel moto d’ascesa di rivisitazione del corpo umano, e chi di voi ha giocato al dottore da bambino, o all’allegro chirurgo da grande, sa di cosa parlo. Le mani frugano nella cassetta, ma vanno a colpo sicuro e si stringono sulle cesoie, grandi e affilate da poco; sembra quasi uno spreco avere uno strumento così imponente per uno strumento così piccolo. Dà molta meno soddisfazione del previsto recidere via con un taglio unico il sesso molle del corpo inerme. Quello che cola dalla ferita aperta sembrano residui di epitalamo, ma dev’essere la poca luce, o la suggestione di aver sempre visto le persone ragionare con i genitali. Chissà, a nascere col potere come ci si sente, essere maschio a volte lascia un po’ interdetti, soprattutto il terzo giorno in cui muori; te lo ricordi il tuo, stupido corpo mutilato? Certo, anche quella volta eri in piazza, non erano passati che pochi giorni dall’ultima morte, ma in quel momento era pomeriggio e c’erano tante persone, e tu ti sei sentito come loro, un pezzo di folla, un illusione proiettata sullo sfondo; e ancora niente, non ti eri accorto che la vita da esserti scivolata accanto stavolta ti era proprio passata sopra ed eri stato schiacciato, da quel giorno ciò che oggi ti ho reciso sarebbe stato completamente inutile se non per compiacere la tua solitudine, e così sia, ma mi fa pena vederti in mezzo a quelle persone e scoprire che anche il sole aveva smesso di baciarti, seduto inerme e silenzioso all’ombra alta di un campanile che non aspettava altro che suonare la tua ora, ma la tua superbia non ti permetteva ascoltare. Eri in ritardo all’appuntamento con il tuo decesso, e non si può far aspettare troppo la morte.
L’ultimo gesto mi ha fatto sentire un po’ a disagio, va bene che devo dissacrare un corpo per creargli un nuovo valore, ma a volte mi lascio un po’ prendere la mano ed esagero con i miei sprazzi artistici. Guardo il corpo che non mi restituisce lo sguardo, anche questo sintomo dell’antica importanza che il cadavere si dava. Il prossimo oggetto è semplice quanto essenziale, non sta nella cassetta degli attrezzi, ma sospeso sul corpo disteso; non mi torna in mente di preciso quando o perché mi sono fatto montare in camera un oggetto simile, ma a quanto pare ogni cosa si rivela utile a tempo debito. Niente bisturi, niente anestesia. Il gancio sprofonda nella stomaco, centimetri di elastici ventricoli ammassati l’uno sull’altro, vuoti e inutili a tal punto che mi ricordano qualcuno. Quando sento di aver beccato una delle viscere più resistenti tolgo la mano dallo stomaco e tiro la catena, appendendomi con entrambe le braccia con una foga tale da perdere l’equilibrio, finendo per terra. Quando mi rialzo lo spettacolo è di una grazia tale da costringermi a scattare qualche foto allo stomaco nudo appeso in alto, ancora legato ma così leggero da essere sospeso, accompagnato da una stretta d’acciaio. Se tu avessi potuto sentire ancora la sensazione non sarebbe stata tanto diverso da quella che ti prese in un giorno di mare, circa un mese dopo l’ultimo decesso. Il quarto decesso avvenne di nuovo un giorno che il sole sembrava volerti abbracciare, eppure avevi freddo. Eri in spiaggia e stavi camminando, osservavi i bambini troppo grassi giocare con bambine che sarebbero diventate o troppo facili o troppo fragili. Non c’era niente che non andasse, è che assomigliava tutto a una pubblicità, a un reality girato così male da far vedere il trucco, da sfilacciare il velo di Maya, che si apriva per la prima volta su di te, scoprendoti morto. Una lacrima e poi un’altra, non poteva essere, non tu, così giovane e bello, così forte e coraggioso, così superbo che neanche l’oscura signora avrebbe potuto toccarti senza chiedere il permesso. Era già successo per tre volte, ma ora finalmente percepivi il profondo significato del decesso, una morsa gelida a quello stomaco che non hai più dentro di te; anche al tempo ben poco c’era rimasto, ma non fu la dieta, ma la consapevolezza quella che ti fece più male. Se ti può consolare nessuno notò il pianto, solo la sabbia, ma si asciugò presto, e anche il dolore si rivelò, somigliandoti, nella sua essenza: superfluo.
Se la vita delle persone fosse sempre in diretta, conciato così faresti uno share altissimo, almeno per qualche secondo, poi saresti già scontato; ma che ci vuoi fare, panta rei, gi attori, gli amori, le prime e le seconde serate, i fine settimana, le estati, i momenti brutti. Non il tuo però, il tuo iniziò quel giorno. Ma ora vediamo, come fare per tenere alta l’attenzione? Il rituale sta diventando noioso, ci vuole il gesto simbolico, il catalizzatore. Ho quello che ci vuole! Peccato, se tu fossi stato un vampiro ti avrei dato la pace, ma questo picchetto pigiato a spregio nel cuore, di cui spunta solo la capocchia piatta, ti fa sembrare più che altro la pulsantiera di un gioco a premi in cui è in palio la tua dignità di cadavere, e non c’è dubbio: tu hai perso! Colpire il cuore, così vicino ai polmoni da farmi pensare di aver traforato anche uno di loro, per me non sarebbe un problema, sono asmatico; questo muscolo carico di significati secondi che ti galleggia nel petto incassato non batte più, e la sua immobilità è così totale da farci chiedere se ha mai battuto davvero, offrendoti quei pochi istanti di vita necessari se si vuole morire con decenza, una, due, tre, quattro, cinque volte. Un bosco, di mattina stavolta; anche quel giorno apristi il cuore senza trovarci niente dentro, e gli alberi ti ascoltarono mentre confessavi di aver avuto qualcosa la dentro, una volta forse, sbiadita e confusa in mezzo alle costole, ma c’era. Il sentimento più forte quel giorno la facesti provare a una famiglia di cornacchie che ti videro passare, sconsolato e inconsolabile ora che sapevi la verità sul tuo decesso ormai passato e ripetuto in loop fino alla saturazione; gli uccelli ti guardarono a lungo prima di iniziare a gracchiare, e anche se non potevi tradurre con esattezza ti inchinasti alla fragorosa risata che stavi provocando.
Sono un po’ stanco e mi mancano le forze, stamani mi sono dimenticato di fare colazione e ieri notte di dormire. Però mi sento euforico, quest’attività mi da una certa soddisfazione pragmatica, un accanimento terapeutico approvato dal carnefice e ignorato dalla vittima, un po’ come nella realtà. Bisogna togliersi delle soddisfazioni finché si è in uno stato diverso da quello del mio ospite; certo se mi fosse capitato di incontrare il corpo di una ventenne avrei tentato forse anche qualche altra sperimentazione, ma che vuoi farci, non ci si può mica lamentare della provvidenza, anche se agisce per caso. È il momento del filo spinato, lo scopo è simulare una preghiera. Hai fatto in tempo a congiungere le mani e chiedere qualcosa a Dio? Se così non fosse cercheremo di rimediare presto, tu intanto pensa al desiderio che più vuoi veder frustrato, la realizzazione non sta in cielo o in terra, sta dentro di te fin quando riesci a tenere gli organi in attività. Ecco fatto, una passata di filo e abbiamo ottenuto un fedele silenzioso che eventualmente avrà dei problemi a genuflettersi. Nel vederti simulare la preghiera mi sembra di riconoscere le giornate in cui hai continuato con i tuoi decessi a catena, moto perpetuo di cui hai supplicato la fine, e quando hai visto che non sarebbe arrivata hai chiesto il massimo dolore possibile, per tutti. Ma se nessuno ti ascoltava da vivo pretendi che qualcuno senta la tue parole adesso? Pensi di essere più vicino a Dio? Ti sbagli alla grande, sei nell’abisso più scuro, e quando credi di aver già raschiato abbastanza il fondo ti si apre il livello successivo, e precipiti. Stupido cadavere che con le giornate si è fatto sempre più quieto e immobile, fino ad oggi.
Per l’ultima rifinitura sono di nuovo i chiodi a voler essere protagonisti, ma stavolta non ho bisogno del martello. Sto ascoltando “the Better Things to Come” di Lycia, un’eterea pagana che ha scelto di comporre in minore per le foreste e gli spiriti, per le cascate e l’orizzonte che comunque vada non potrai più vedere, con due chiodi conficcati nel bulbo oculare. Questo è l’epilogo giusto, il colpo di classe con due lunghe antenne da chiocciolina, che ti rendono meno cieco di quando potevi osservare e insistevi nel distogliere lo sguardo, proporti le tue versioni soggettive ed errate perché la verità esiste solo per chi la cerca e a te è sempre piaciuto mentirti. Come quel giorno a teatro, quando ci siamo incontrati. Eri andato per avere delle risposte e hai trovato nuove domande che mettevano in discussione il tuo personaggio, il tuo ruolo nella commedia sociale. Volevi che fosse il giorno per morire un’ultima volta, definitivamente, e rinascere pacificato. Non è accaduto, ma se prima eri solo a inquisirti da quel momento ogni ricordo della tua esistenza ti ha preso a schiaffi, cercando di svegliarti per svelare che c’è qualcosa di più interessante che continuare a morire, ci sono cose per cui forse, e forse è solo un modo di dire sicuramente, vale la pena Vivere. Così ti ho preso con me per cercare di finirti, ma anche adesso sento che vorresti liberarti per tornare a soffrire in pace, soluzione semplice per chi non sa combattere.
Mi piacerebbe saper fumare, adesso una sigaretta ci starebbe proprio bene, come con il caffè e il sesso, ma chi lo sa, non ho mai provato… ma c’è comunque qualcosa che non va, tu respiri ancora ed io invece sono sempre più stanco, mi si piegano le ginocchia, mi fa male la pancia e non ci vedo molto bene. La superbia non ti permette di morire una volta per tutte, ma stanotte sarò la cura al tuo male. E spiro. E ti porto via con me.

Adesso sei libero.
Credici.

sabato 8 novembre 2008

A DISAGIO


Velenoso, ma non come il cianuro, più come un cartone di latte dimenticato in spiaggia le prime due settimane di Agosto; in realtà sarei buono e dolce, il problema è che, a forza di passare, il tempo mi rende acido; finisco per mettere in circolo il mio stesso veleno, ma devo ammettere che la cosa che mi da più fastidio è vedere che sono l’unica vittima. Povero me, volevo uccidere qualcuno e adesso sono così dissociato da voler fare a pezzi l’abietta creatura che abita nello specchio: quella persona sorride e mi mostra i denti ringhia sbava ulula alla luna il suo fallimento, la sconfitta in una gara che giocava da solo. Vorrei strappargli la pelle, mettere a nudo quella carne che opprime, costringe a pensare alla instabile materia quando invece avrei mezzi per superarla. Non è vero, nessuno ce li ha, ma di solito sono piuttosto bravo a non essermi sincero. Come adesso, che insisto nel colpevolizzarmi; chi prendo in giro? Ho troppa stima di me per sentirmi responsabile, sono solo molto stanco e non voglio neanche tentare di star bene, richiede un impegno che non ho intenzione di dedicare a quell’evanescente scoria che mi brucia dentro, l’emotività latente. Conosco persone che ci convivono, poeti che ne parlano, musicisti che la raccontano, ma la mancanza di talento mi obbliga ad amplificare il malessere senza poterlo imprigionare in queste poche righe che domani il mio buonismo vorrà cancellare, e pensare che non sono neanche sbronzo. Ho attraversato la nebbia come un coltello, e guardandomi allo specchio somiglio a un mattino d’inverno, con i primi raggi dell’alba che sciolgono cristalli rappresi sugli arbusti più leggeri. Che immagine di merda. E che rabbia, per il mio profondo senso di centrifuga voglia di vomitare la tensione del ventiduenne frustrato. Ma chi l’ha detto che bisogna star bene? Chi ha detto che bisogna cercare la pace? Perché cerco di salvare il mondo se ne detesto il contenuto? Odio, non solo ma soprattutto me stesso, perché mi ero promesso un briciolo di autoironia in più, non vorrei prendermi sul serio, in fondo è solo una vita, una mucchio di esperienze perlopiù vane o al massimo autogratificanti; eppure non ci riesco. Sono le immagini, sono i ricordi, sono i miei schemi i valori i sogni le schegge per raccontare quello che avrei voluto essere adesso. Diverso. Sono le cinque e giuro non riesco a capire come ci sono arrivato, sette ore fa sono stato a disagio, e devo dire che adesso non mi sento molto meglio. Non rimpiango la felicità che non ho più, voglio solo che nessuno possa raggiungerla. Avete presente la storia del pendolo tra gioia e dolore, no? Beh, il mio offre dei brividi vertiginosi sul versante positivo; il problema è che durano meno di un respiro, ma poco importa se solo io posso averli, meglio di niente. Sono generoso, vi darò un indizio: la nebbia la mattina presto, le luci gialle della città notturna specchiate nel cielo nuvoloso, alcune canzoni sintetiche, il respiro di uno sconosciuto sul collo, una discesa veloce urlata senza mani, immergersi nel buio. Sono solo attimi, ma se non li avete notati forse avete perso qualcosa; comunque non sciupateli, sono un regalo prezioso, un motivo per sopravvivere a volte. Dio sa che lo ringrazio, sa che non vanificherò l’unica esistenza che ho, ma smette di essere divertente se non ci sono livelli da affrontare; il mio problema: sono bloccato a un boss, uno di quelli tenaci, non posso applicare una strategia valida che subito vengo sgamato e la barra dell’energia decresce. Ad ogni modo ce l’avessi davvero un piano non starei qui. Intrappolato, avvelenato, a disagio. Stanco del teatro dell’assurdo che mi recita in testa il dramma senza copione meno divertente e anche meno drammatico di sempre, stanco dei sorrisi che mi macchiano le labbra, stanco di ricordarmi chi sono, ogni giorno al risveglio. Prestatemi un sogno, devo andare a letto e li ho finiti.

cartoline dal mondo dei coniglietti [rosa e tagliati fini]



lunedì 20 ottobre 2008

H A i K U

immerso tra le
superfici osservo
il paradosso

il kigo è: estate di merda mascherata da autunno vuoi finirla di ammorbarmi e far partire la stagione dell'amore e della/e persone che farò a pezzi piccoli piccoli piccoli?? o_dio

martedì 7 ottobre 2008

180 SECONDI DI EIACULAZIONE

tratto da ‘la Gazzetta del Vuoto’
direct streaming da Copenhagen
20 Dicembre 2012

23:57 – mancano tre minuti a mezzanotte quando il cervello di Grazia Mansi, 8 anni, smette di poter pensare e si disperde sulla folla accalcata. Ad ucciderla è il colpo di una Walther P99 sparato a distanza ravvicinata, un proiettile che si infiltra ad alta velocità nel cranio passando dalla fronte, frammentando le ossa e trapassando il cervello. Fino a un attimo prima la bambina stava in braccio al padre e sorrideva a Charlie T.Brand, il suo assassino. Charlie pensa che il mondo sia un illusione e essendo la fine imminente sia giusto fare un esperimento sociale: come reagisce la gente condannata ad una morte solo di poco prematura. Ha deciso di essere metodico, colpendo casualmente ma cercando di eliminare soggetti diversi tra loro per apparenze e reazioni. In questo momento sta ascoltando ‘Split in Half’ dei Disparaged, in onda su DeathFM. Il padre di Grazia sta urlando, ma a quanto pare per Charlie non merita una fine analoga a quella della figlia, preferisce aspettare e osservare le conseguenze del gesto e le soluzioni repentine che saranno prese; l’uomo smette di urlare e si immobilizza, allucinato, mentre il resto della piazza emette un gemito di paura. Charlie si guarda attorno mentre la folla tenta inutilmente di disperdersi ad appena dieci secondi di tempo trascorsi dallo sparo; contrariamente alle aspettative il panico dilaga in fretta, ed essendo le persone molto strette tra loro qualcuno e costretto a sottostare ai passi di coloro che, trovandosi troppo vicini a Charlie, sono statisticamente più a rischio e cercano quindi di fuggire con maggior foga. Ma il nostro ragazzo ha un asso nella manica, una carta a frammentazione M67 da giocare il più lontano possibile; vola in alto e poi scende, silenziosa come una stella cadente spenta, va a colpire la spalla di Luca Gomeraso, a una ventina di metri di distanza. Il primo secondo si pensa a un ciottolo, poi l’espressione terrorizzata della quarantenne Marialuna LoVerso fa capire alle persone vicine il pericolo che incombe. È tardi: tredici vittime, cinque morti, tra cui le due ultime persone citate, e otto feriti, di cui 3 molto gravi e uno soltanto leggermente graffiato. Ma la cronaca in diretta non si occupa di chi soffre parzialmente, a noi piace il sangue abbondante, respirarne l’odore fin quassù, nel cielo, nel nostro elicottero offerto in dotazione dall’esercito nazionale dell’impero alla FOX, “solo cronaca scelta ed eventualmente provocata”. Ma torniamo ad occuparci di Charlie, questo ragazzo semplice e sensibile a cui, in un giorno dei suoi 19 anni, venne ucciso per sbaglio il cane; è questo evento che, nella biografia ufficiale pubblicata da Mondadori, appare determinante per lo sviluppo di una complessa e complessata personalità. Passano in secondo piano la lebbra che colpì la madre quando lui aveva solo sette anni, o le costanti delusioni amorose dell’adolescenza, quando era leggermente sovrappeso e le ragazze lo chiamavano Charlie Big Potato. Sua sorella venne divorata durante la lunga carestia dell’Inverno 2011, in cui persero la vita appena un migliaio di persone, buone per fare le conserve e uno special televisivo da mandare in onda il fine settimana, ma poco più. Charlie nasce nel 1984 e vent’anni dopo, causa cane, desidera morire, prova a suicidarsi ma non riesce, non è mai stato un tipo coraggioso. Finita la scuola superiore non ha voglia di continuare a dedicarsi allo studio e inizia a viaggiare con i soldi che ha risparmiato: per cinque anni ha chiesto denaro al padre alcolizzato per uscire a mangiare il sabato sera, ma non avendo amici li ha messi da parte, passando le serate a fingersi morto seduto su un ponte. Charlie viaggia per scappare da se stesso, vede buona parte dell’Europa e qualche frammento d’Asia, ma non trova mai una patria che lo accolga, i sorrisi degli altri gli sono preclusi da quel velo di malinconia che accompagna il nostro eroe deluso dal mondo. Non realizza molto, trova lavori umili in cui si accontenta di essere sottopagato pur di non dover alzare la voce; a lui non piace urlare, gli ricorda inconsciamente la madre che si osservava putrefarsi allo specchio, quando lui era ancora piccolo. Ecco perché adesso appare infastidito, le persone che gli stanno intorno sembrano impazzite mentre lo osservano puntare la pistola alla tempia di Evelin Tessy, giovane senegalese con regolare permesso di soggiorno. Il killer fa dei gesti osceni, perde tempo mentre i secondi passano inesorabili per tutti noi.

23:58 – tre secondi di un nuovo minuto sono tutti quelli che la ragazza riesce a vivere, ma muore fiera, guardando il suo assassino, sputandogli sulla mano e la pistola che sta per portarla via, sussurrando una preghiera a Dei sconosciuti mentre una lacrima le riga il viso al pensiero che il suo piccolo bambino è stato costretto ad osservare questo scempio; e anche lui, in un inversione di ruoli rispetto alla piccola Grazia e suo padre, rimane vivo per poter continuare a soffrire, raccontare la sua storia e, se vorrà, vendicarsi nei prossimi due minuti, o poco meno. Charlie nel frattempo è partito a corsa, si sta dirigendo verso un gruppo di anziani signori, un gruppo di uomini altolocati che devono essere professori, avvocati, dottori, una casta scocciata di doversi mescolare alla massa in questi eventi mondani. Lo osservano sopraggiungere veloce e furioso mentre sfodera un coltello CRKT ‘H.U.G’, compatto ma devastante se piantato nel collo di uno di questi intellettuali perduti. Il malcapitato è Luigi Pesimena, filosofo nichilista e teorico dell’Avvento, il giorno che festeggeremo entro breve; l’uomo sorride al killer, invocando una morte paziente che gli lasci assaporare il brivido di adrenalina destato dopo anni di appiattimento, e saluta con un rigurgito di bile e sangue i colleghi sfigati, inorriditi da questa dimostrazione di sdegno materiale. Anche Charlie sorride, ha sempre desiderato sfoltire la giugulare di uno di questi cervelloni, diradare la presenza di queste creature dedite solo alla propria scatola cranica, che però il maniaco omicida rispetta e lascia intatta, non gli piace sciupare le cose a cui, nonostante tutto, riconosce un valore. Lui non è mai stato particolarmente intelligente. A scuola i bambini si dividono in ‘può fare molto ma non si applica’ e ‘vedo che si impegna molto, eppure…’ e Charlie faceva parte della seconda categoria. Non ha talenti naturali, e sembra destinato a un esistenza piatta, quando due anni fa, in questo periodo, succede qualcosa: si innamora. Non parliamo di un rapporto platonico a base poetica, ma vera carne su carne, corrispondenza di sentimenti e tutte le altre illusioni che il compagno imperatore Vlarge Busin combatte con successo da anni. Ma Charlie e Angela, questo è il nome di lei, sono felici, e a lei, bellissima, non sembra importare la repellenza che il consorte solitamente ispira nelle persone, anzi, crea intorno al ragazzo un alone di esclusività che rende lei un eletta benefattrice focosamente ricambiata. Ma, come tutte le cose belle, dura poco, e lei si invaghisce di un carismatico leader religioso in tour con la sua parrocchia di chierichetti potenziati; scappa con l’uomo lasciando a Charlie una bottiglietta di profumo, un Guerlain ‘Insolence’ che lui manda giù tutto d’un fiato e poi vomita provando solo schifo, per se stesso più che per l’amante perduta, sa che non può inquisire altri per la costanza dei suoi fallimenti. Da quel giorno Charlie diventa ancora più cupo, si isola da un mondo che non l’ha mai accolto, smette di tentare di sentirsi parte della condizione di diffuso benessere che la popolazione ha raggiunto, sempre secondo le inequivocabili statistiche di sua sovraordinata democraticità Vlarge Busin. Ad ogni modo i due ciccioni che adesso Charlie ha legato assieme non sembra che nella vita se la siano cavata male: lei, Jenny Waine, è cosparsa di gioielli che ne sovrastimano l’opulenza; lui, Manuele Uripe, indossa un completo Dries Van Noten fatto su misura che gli lascia scoperte le caviglie, ma a quanto pare si porta così, e poi voi plebei non avete facoltà di giudicare l’estetica dei ricchi. Charlie li ha legati con una fune che non dev’essergli costata molto ma in compenso lacera bene sia i vestiti che la carne dei due coniugi urlanti che vengono stretti assieme in una morsa soffocante, i loro colli grassi circondati da questa collana grezza che si stringe ad ogni movimento inconsulto dei due, che nella poca furbizia si dimenano forte, tentano di divincolarsi con violenza, poi sempre meno, sempre più piano, finché non cambiano colore. Charlie odia la gente grassa, odia se stesso nonostante non sia più sovrappeso, odia l’amore, soprattutto perché tra esseri abbietti sembra possibile, mentre a lui è precluso. Non sa che entrambi gli aristocratici cotechini finanziavano la tratta degli schiavi brasiliani, concedendosi spesso un 10% dei loro investimenti, giusto perché esiste una bellezza oggettiva che ti affonda nella carne, a volte, a volte no, a volte non più. In questo momento nelle orecchie di Charlie c’è ‘Behind the Light’ degli Zuul FX, in onda su DarkCloud Radio. Forse attraverso un’interferenza riceve anche noi, perché guarda in alto, verso l’elicottero, e sembra che le nostre parole aumentino la sua brama di sangue; ma noi siamo protetti, e non ci risparmiamo di provocare ulteriormente l’ira del buon Charlie, vittima e carnefice al tempo stesso.

23:59 – Charlie si concede qualche secondo per urlare tutto il suo sdegno verso la madre terra, prostituta spaziale, aborto di un moto d’espansione universale, condannata a generare vita che brama morte, a vedere i figli coalizzati in un matricidio consapevole. Lui non vuole uccidere lei, che è già maledetta, il cui destino è stato scritto centinaia di anni fa e confermato nel 2008, anzi, vuole aiutarla e portarsi via un po’ di quei figli indegni che la calpestano senza rispetto; ma al tempo stesso la odia profondamente per aver dato il via alle sue pene, come a quelle di miliardi di creature brulicanti che oggi più di sempre si affollano qua, in piazza Radhuspladsen, per assistere all’Avvento e per farsi sterminare senza pietà da Charlie, che proprio adesso ha gettato a terra Federica Altravanti, una studentessa apparentemente anarchica. Gli punta la pistola addosso, ma non spara, preferisce prenderla a calci nel costato e in bocca, mentre la giovane confusa continua a urlare frasi sconnesse tipo “sesso libero”, “per Bakunin! Fermati” e “niente manicomi criminali”; se lei ne è convinta tanto meglio. Per Charlie questa è una rivincita nei confronti di tutti i grandi e piccoli nuclei sociali che nonostante propongano libertà e uguaglianza l’hanno sempre rifiutato, perché alcuni sono più uguali degli altri. Charlie indossa un comodo paio di anfibi ‘patrol’ della Tracpac con il tacco rinforzato che, a forza di calci, finiscono per condensare i lineamenti della ragazza un tempo schierata adesso solo morta; Charlie controlla il grande orologio che è stato montato per l’evento, scuote violentemente la testa tenendosela con una mano, con l’altra si appende a un medico di mezza età e gli vomita addosso senza troppo riguardo. Il medico non sa che fare, tenta di tirare fuori un taccuino per prescrivergli un’aspirina, oggi illegale ma un tempo panacea diffusa apparentemente senza controindicazioni; dopo sette milioni di bambini mutanti poi qualcuno è normale che inizi a farsi delle domande. Charlie pensa che l’uomo voglia difendersi e lo stende con una coltellata nel ginocchio e poi in pieno petto, lasciando l’arma conficcata, tanto non c’è più tempo per questi utensili specializzati. È arrivata l’ora di rivelare il contenuto del sacco speciale, il borsone da palestra che Charlie ha portato con se e adesso giace in attesa di essere aperto per svelare il contenuto. Ecco che si avvicina, tira la zip ed estrae; davanti ai vostri occhi l’eccezionale Benelli ‘M4 Super 90’, semiautomatico calibro 12, campione di affidabilità e precisione, un’arma pronta ad ogni evenienza che si adatta perfettamente alle situazioni più diverse, dall’assalto alla difesa personale, fino all’omicidio di massa. I primi sei proiettili esplosi in altrettanti esseri non più senzienti non mancano di destare un certo stupore per l’efficienza dell’arma, tanto da sollevare un leggero applauso di incoraggiamento. Charlie ricarica veloce, e sa che l’ultimo colpo spetterebbe a lui, ma ormai il tempo ha smesso di avere significato, la sua vita non ne ha mai avuto e tanto moriremo tutti, quindi attendiamo con ansia il finale di questa vicenda. Infatti c’è un colpo di scena: il nostro ragazzo urla feroce il nome della ex fidanzata, intravista tra la folla abbracciata al guru che osserva impassibile lo scorrere degli eventi; lei invece è terrorizzata, si sente in parte complice, ma Charlie sa bene che non ha responsabilità, e continua a saperlo anche quando fa esplodere il collo del santone, che non fiata nonostante le nuove prese per l’aria. Charlie stava ascoltando i 24 Give, ‘I’ll Be Good’, ma si è tolto gli auricolari e va verso Angela. Mandiamo in questi ultimi secondi il nostro microfono ultraleggero a propulsione, per sentire quello che i due antichi amanti hanno da dirsi. Inizia lei a parlare:
- Come stai?
- Una meraviglia, ti ho fatto un regalo, hai visto?
- Non dire cazzate, l’hai fatto per te, lo vedi che hai i pantaloni bagnati?
- Ops… cavoli, li avevo comprati da poco, sono Alexander McQueen originali. Vuoi dire che non ti piace?
- Charlie, hai dei pezzi della laringe del mio ex fidanzato sulla spalla. Non è carino, te ne rendi conto da solo, vero?
- Dici bene, da solo.
- Oh Charlie, lo sai bene che la solitudine l’hai costruita nel tuo cervello. I media hanno voluto ricamare sopra al tuo personaggio e adesso ti fanno sembrare un escluso sociale, un reietto alienato con delle tare mentali, ma a te non è mancato niente, quello che sei l’hai scelto. Certo, se poi fai comunicati stampa il giorno prima di diventare uno psicopatico invasato è normale che dai tempo alla gente di prepararsi una storia commovente.
- Ma il mio cane…
- Si, so che gli volevi bene, ma non ti giustifica affatto. Mi dispiace Charlie, puoi illudere chi ti pare, non me: non sei una vittima del sistema, e non sei manco un sociopatico. Sei uguale a tutti noi, casomai con un tocco di fantasia in più e qualcosa in meno da un'altra parte [sorride NdA]… ma insomma, vedo che perlomeno ti sei divertito in questi ultimi tre minuti.
- È stato fantastico, non posso negarlo, ma avrei preferito che andasse in modo diverso. Sai, il tempo e tutte queste cose che si pensa funzionino meglio degli psicofarmaci, mi sa che è tutta una balla filomeopatica.
- Non stare ad affliggerti, ormai è andata. Hai un ultimo desiderio?
- Non c’è tempo.
- Hai ragione, ma puoi sempre pensare che forse ti avrei esaudito.

00:00 – È finita. Non stiamo trasmettendo da nessun luogo. L’Avvento è avvenuto come previsto dalle profezie, e se ancora state leggendo pensate che tutto questo è sempre stata un’illusione, ed è giusto che sappiate come si è concluso l’ultimo omicidio di massa dell’umanità poco prima dell’Apocalisse, che a dire il vero è stata piuttosto repentina, come un dilatato senso di compressione in uno spazio bianco limitato da confini intangibili. Beh, Charlie non ha voluto pensare a niente mentre una lacrima gli rigava la guancia, si è messo il fucile in bocca e ha premuto il grilletto nell’istante in cui la mano di Angela si alzava, e nella loro ultima posa il proiettile non raggiungerà mai la testa dell’assassino, così come la mano di Angela non riuscirà a impedire che questo accada. Ma forse voleva solo togliergli di dosso quei pezzetti di carne, così antiestetici, in modo da renderlo presentabile al cospetto della Fine.

domenica 5 ottobre 2008

Over Dusk

Mi incontro al semaforo; in attesa di un colore raro aspetto veloci passaggi che non devo avvicinare nonostante le sfumature dell’acciaio. Guardo e ascolto l’ambiente sonoro creato attorno, rifletto i passaggi disordinati in skip veloce per spezzare la continuità di attacchi indesiderati. Partecipe della vita come una dose di terza persona singolare posizione mi trovo a descrivere nel vedermi gesticolare intorno a un sorriso teso ad esserlo veramente grazie a sottili giochi di specchi che restituiscono ciò che desideriamo vedere; per le nostre smanie voyeur, anche se a scrutare a volte si guarda in fondo ed è buio. Bloccati da un rosso immobile aspettiamo di reagire agli impulsi visivi e motori innescati dal rispetto verso determinante forme di legislazione stradale, e c’è ancora tempo per timide osservazioni sullo stato di multipersonalità possibile a un incrocio. Un incrocio, diramarsi di strade che non si incroceranno mai più, scelte da fare con il proprio ES come unica risposta, che trema e sorride beffardo verso chi invece attende sempre un momento oltre quello opportuno per iniziare a muoversi.
- il tuo atteggiamento mi disgusta, ma al contempo mi offre tempo da perdere in vaghe allucinazioni -
- vivo, mi è stato concesso solo per un breve periodo di prova e poi il diritto mi sarà revocato -
- allora seguimi –
Opposizioni al Magenta. Giro a sinistra mentre vado a dritto, ma siamo ancora assieme, accanto su questa pista senza podio, ma solo altra strada da fare, senza troppa compagnia se escludiamo le nostre proiezioni. Odoro d’alcol fermentato dentro, di tempo impiegato a scegliere una pena più lunga per renderci insoddisfatti ma provati, di notte impregnata sotto la pelle.
- da quanto hai smesso di crederci? -
- ci hai mai creduto? -
- non tu, tu me lo dicevi, e io ti ho ascoltato -
- volevi rendere le cose semplici -
- volevi, ma non vale, non sapevi –
- cosa vuoi? –
Seguirmi senza perdermi, e finché non sale la nebbia tutto bene, posso avanzare tranquillo che se qualcuno cercherà di uccidermi lo farà per il mio bene, Mercedes o BMW non m’importa più, le statistiche servono a rassicurare che qualcosa succederà anche a noi, e ci verrà rivelato in un momento di silenzio quando riusciremo a parlarci davvero, svelarci senza l’imbarazzo tipico della realtà senza filtro.
- arrivare, no, stai mentendo, perché non si può stare immobili -
- vuoi riposarti? -
- Non adesso, non ci sono traguardi da raggiungere, e senza saperlo sei in discesa -
Ti abbandoni ad un vento creato per contrasti, ad ali spiegate plani e cerchi di spiegarti, e a volte ti schianti senza che qualcuno abbia avuto il tempo di capire cosa è successo, perché è tardi. È sempre troppo tardi per guardarci alle spalle e trovare che le uniche scapole sono le nostre, che ci seguono ostinate nell’arrampicarci su fortezze intangibili. Scruti l’orizzonte e scopri d’essere caduto.
- mi sono fatto male -
- mai sostenuto il contrario, sei l’unica causa, stai più attento -
- perché sei venuto? -
- per aiutare al alzarsi -
- non mi fido -
- infatti mi piace guardarti contorcere in posizione fetale in attesa di un ventre accogliente -
- è colpa… -

Ma non c’è nessuno verso cui puntare il dito, perché stasera me ne sono andato.