venerdì 15 agosto 2008

una STORIA TRISTE

Non è facile raccontare la storia di due entità di sesso femminile, innanzitutto per la mia esuberante villosità e le conseguenti difficoltà respiratorie; poi per la mia impostazione psichica, in cui spesso ma non sempre penso che sia una retta il modo più veloce di congiungere due punti tra loro, non un ramo d’iperbole tendente all’infinito in caduta libera sull’asse sintagmatico tridimensionale; da non dimenticare poi l’estroversione del mio organo sessuale, l’odore di sudore dopo la bicicletta, la tendenza alle calvizie, i rapporti spesso forzatamente triviali con gli amici, l’incapacità di godere di una sbornia nel passare dallo stato di sobrietà al coma in meno di un sorso e mille altri ameni particolari che mi definiscono uomo con le sue limitazioni e agevolazioni, tipo poter orinare in piedi.
Le persone di cui parlo sono due sorelle dai caratteri forti e diversi tra loro, creature generate dallo stesso uovo inseminato che nel crescere mutano forma e definiscono le loro personalità. La più vecchia, definita così per aver trovato prima dell’altra l’uscita dalle viscere materne, è Miss Nist Ogy: questa odia se stessa, la sorella e tutte coloro si macchino del peccato di far parte di quel genere definito da una doppia X sul corredo cromosomico; non ha sviluppato questo sentimento per motivi apparenti, sembra sia inscritto in lei dalla nascita, e questo la fa soffrire senza requie. Sorella giovane di Nist è Miss Stand Under: questa non capisce la sorella, ne se stessa, ne qualunque altra cosa al mondo necessiti l’uso dell’ormai atrofizzato prosencefalo; la sua tarda incapacità ugualmente la rappresenta da sempre, e solo a stento è riuscita a imparare l’uso della lingua e dei principali indispensabili movimenti senza i quali, aimè, la storia non andrebbe avanti, così come la vita di lei, che durerà comunque solo poche pagine.
Le due condividono la dimora dei non più presenti genitori, da cui si sono spartite i cognomi: Apol Ogy la madre, che fino in punto di morte si scusò per la propria vita vanificata nell’aver generato persone tali, e Taker Under il padre, che seppellì la moglie e poi se stesso in un impeto di contiguità semantica.
È in un giorno di pioggia intriso di grigio che Nist ragiona così:
- Che schifo la condizione in cui ci troviamo! Guardami sorella e osservati in me riflessa, distogli l’attenzione da quegli specchi mendaci e dalle cianfrusaglie con cui illudi il tuo corpo: guarda come la nostra carne si disgrega lenta e inesorabile, osserva le valigie che porto sotto gli occhi, il rovesciato sorriso teso tra la pelle delle guance avvizzite, come i seni si accasciano flaccidi mentre il tempo ci consuma. Ho atteso invano in tutti questi anni che la bellezza mi distogliesse da pensieri funesti, mi aspettavo di poter sciogliere ogni preoccupazione ancorandomi a un valore effimero, ma pur sempre intriso di un potere devastante, una forza che difatti ha spezzato gli uomini più forti e furbi della storia, costringendoli alla più umile sudditanza, necessaria per ottenere ciò che più bramavano nelle giovani amanti. Ho pensato che ridurre in schiavitù psicologica un essere umano opposto semplicemente dalla sottile linea della sessualità mi avrebbe donato la pace, avrebbe indotto una metamorfosi irreversibile nelle mie masochistiche convinzioni. E invece abbiamo perso ormai quella giovanile bellezza che ci avvolgeva pochi minuti fa, e in modo sempre più disgustoso ci ridurremo - esagera sempre Nist.
- Ma cosa dici? - risponde con un sorriso leggero Stand, che non potendo chiedere mai aiuto al cervello nell’ascoltare la sorella, si perde spesso tra i cosmetici testati su animali e bambini poveri.
- Dico che siamo destinate ad avvizzire come le susine che diventano prugne - e la similitudine coglie in fallo Stand, che non può rifiutarsi di capire ed emette un lamento languido:
- Oh no! Questo vuol dire che mi crescerà il picciolo, diverrò violacea e cadrò spesso dagli alberi… - Nist è già sul punto di trafiggere Stand con il ferro da stiro, ma si trattiene inveendo contro la natura che la opprime e ne ferma i gesti con la naturale femminile gentilezza, e per distrarre i pensieri si affaccia alla finestra che da sulla strada: osserva il vuoto di gente a tratti interrotto dalla fuga di individui sconvolti dalla crescente umidità dell’aria e dal peso del proprio corpo spugnoso che aumenta di volume. Guarda, persa nei suoi pensieri zeppi di rancore nei confronti di un umanità che a stento la comprende, e per la via appare un uomo, passeggiando lentamente si lascia lambire dalla pioggia, che invece di inzupparlo lo rende ancora più leggero, facendolo scorrere tra i ciottoli del marciapiede. Le altre figure in strada sembrano, nelle loro corse, cercare quanto possono di avvicinarsi a lui per poi fuggire doppiamente veloci lontano da questa austera, affascinante personalità materializzate in un corpo invidiabile. Nist è come pietrificata, per un breve lasso di tempo nessun pensiero la sfiora, e quando un po’ si riprende è l’immagine ideale di lui che le intorpidisce le membra, la accarezza lisciandone la pelle, rimettendo in sesto i seni, facendo per la prima volta comparire un sorriso che non sia per cinismo, ma pura passione e trasporto, tensione umana che precede l’innamoramento.
- Lui deve avere proprio un bel picciolo - è Stand che parla, arrivata silenziosa vicino a Nist per contemplare questo desiderio che cammina loro innanzi.
- Invitiamolo a entrare, sarà tutto bagnato - osserva Stand, e Nist si distrae un attimo a pensare quale favilla si sia accesa nella sorella, che così velocemente riesce a unire una causa temporalesca al suo più probabile effetto idratante; per la prima volta si ritrova ad essere d’accordo con lei, nonostante possa intravedere nella svampita Stand qualcosa di analogo al suo sentimento. Ma non ritiene quello il momento migliore per indagare la qualità di vita all’interno della sorella e, preso il k-way di latex, escono.
L’uomo sta ancora camminando, con lo sguardo perso davanti a se procede facendo finta di non accorgersi delle due persone che gli stanno arrivando incontro; quando la mano di una delle due si posa sulla sua spalla è con un sorriso benevolo che si gira, senza fiatare, aspettando che siano loro a proferire parola. Nist è piuttosto imbarazzata, tutti i ragionamenti fatti fino a questo momento non la soccorrono per giustificare quel gesto apparentemente insensato, e Stand la soccorre, inconsapevolmente:
- Buon giorno signore, che splendida giornata oggi per stare in casa, non trova? - leggera, Stand parla con il candore di chi non ha mai dovuto fare sforzo alcuno nella vita.
- Meravigliosa come dite, se si ha dimora. Ma si da il caso che abbia lasciato la mia per sempre, e mi trovi quindi alla ricerca di un tetto - affabile, si direbbe quasi malizioso se non fosse di modi così gentili.
- Il nostro è molto in alto, ma se vuole abbiamo un soggiorno piuttosto confortevole, se per lei va bene -
- Un invito, quanta gentilezza. Ma vedo un’altra signorina al suo fianco, non so se sia d’accordo con la sua idea; le dico che mi farebbe enormemente piacere intrattenermi con voi, senza voler offendere o fermarmi più del dovuto - guarda Nist e lei si scioglie, sentendo un calore molto più divampante di quello che sprigiona naturalmente il corpo costretto in un impermeabile sintetico.
- Mmh… veramente… ehm… sarei un’orata della sua presenza - balbetta Nist dopo alcuni secondi di profonda riflessione.
- Da quello che posso capire una scelta è stata fatta, quindi perché restare ancora sotto le assillanti gocce? Signore, nonostante abbia capito dove abitate lascio volentieri che mi facciate strada verso la vostra dimora, non indugiamo oltre! - e nel dire questo appoggia le sue mani su una spalla a entrambe, assolutamente ignare di quello che lui possa aver detto, una troppo presa dal suo moto interiore, l’altra perché dotata dalla natura.
Arrivati a casa le sorelle si tolgono le giacchette bagnate e prendono il soprabito di lui, assolutamente asciutto. Osservano prima l’indumento, poi lui, poi tra loro e poi di nuovo lui, che le guarda entrambe divaricando leggermente gli occhi e sorridendo.
- Si direbbe che lei è un tipo di indole allegra e asciutta - commenta Stand.
- Quanta sagacia mia cara, il suo acuto colpo d’occhio fa presumere che lei sia iscritta a una tra le più accreditate Università di questa città ignota ai lettori -
- La ringrazio, ma sono fiera di poter ammettere che tutto quello che sono lo devo alla Brassica Oleracea che mi ha generato - e nel dire questo ringrazia wikipedia con un delicato gesto della mano.
- Sono impressionato! Qua da voi poi è tutto molto bello, arredato con il fine gusto che solo due donne, una delle quali molto silenziosa, possono avere. Mi dica signora taciturna, posso sapere qual è il nome suo e della vostra amabile compagna? - e nel sentir pronunciare queste parole Nist sembra voglia vomitare, ma ingoia il principio del rigurgito e, con alito pesante, risponde:
- Siamo le due Miss chiamate Nist Ogy e Stand Under. Il primo è l’epiteto che mi appartiene, col secondo potete appellarvi a mia sorella, unita a me solo dalla discendenza e nient’altro. Volete sedarvi e dirci il vostro nome? - ancora un po’ sobbalza, ma sembra che abbia ripreso l’uso della parola.
- Mi piacerebbe a dire il vero fare un giro per la vostra dimora, accompagnato da entrambe, s’intende. Desidero vedere le stanze che vi accolgono, e capire se rendono giustizia alla vostra gentilezza -
Stand lo prende a braccetto e si avvia senza aggiungere altro, Nist per un po’ è scossa da tremiti, schiuma leggermente dall’intersezione sinistra tra le sue labbra, poi, dopo un leggero tocco di epilessia che le da lustro agli occhi, li segue. Dapprima lo portano al bagno, dove educatamente chiedono se desideri rinfrescarsi o adempiere a qualsivoglia tipo di dovere fisiologico, e rimangono fisse ad aspettare sulla porta; lui ringraziando declina l’invito. Poi è la volta della cucina, capolavoro dell’arte cuochiaia; in verità le due ne sfruttano ben poco le risorse, essendo abituate a una dieta composta da aggregati minerali spontanei e teflon. Nonostante questo le dispense sono piene, e le sorelle offrono all’ospite tutto ciò che contengono. Le dispense, non le sorelle, s’intende; egli rifiuta ancora, e le incita a proseguire. Passano allora al ripostiglio, regno dell’ordine assoluto: non c’è arnese fuori posto, nessuna chiave inglese manca dal raccoglitore, non un cacciavite spuntato, un martello abbandonato da una parte, una scopa sfilacciata; l’uomo si complimenta con entrambe per non essere mai state costrette a usare quegli oggetti, sui quali altrimenti apparirebbero inequivocabili i segni dell’usura. Loro ringraziano emettendo lo stridire dell’Athene Noctua, poi proseguono arrivando in salotto, dove comodi divani attendono solo che qualcuno vi si posi sopra stremato, e un grammofono emette il fruscio di una testina che sfrega su un vinile vuoto; Stand indica all’uomo un giaciglio di cuscini, su cui può riposarsi se vuole, ma tutt’altro che stanco lui desidera andare avanti, svelare i luoghi remoti in cui si sono formate le due sorelle. È così che passano davanti alla camera da letto dei genitori, in cui riposano immote urne cinerarie che mai hanno visto polveri umane; e poi la gabbia del canarino e il tostapane, la cuccia di un cane che non c’è, il ristoro balneare per tartarughe esiliate dal Polo Sud, la vasca dove molti anni prima è stata affogata una coppia di pesci rossi, si sa in queste vecchie case c’è sempre una storia macabra che attende di essere raccontata. Finalmente arrivano nel fulcro pulsante della casa, la camera da letto di Nist e Stand, dalla quale l’ospite inaspettato è stato rapito con gli occhi per la prima volta; entrano e lui subito si distende su un letto, concedendosi un lieve riposo dove solitamente si adempiono gli obblighi nei confronti di Morfeo; no, non farsi di eroina, sognare.
- Mie care, qua è tutto così affascinante e pieno di vita che sarebbe per me una gioia allietarmi ancora a lungo in vostra presenza, ma un crampo all’esofago mi assale; non è che una di voi potrebbe gentilmente portarmi dell’acqua speziata leggermente con radici e bacche di Giusquiamo nero? So che in queste zone se ne trova in abbondanza - e adesso al lettore piacerebbe ancora di più sapere dove ci troviamo.
- Certo - rantola a malapena Nist, che esce contorcendosi.
Stand e l’ospite rimangono immobili a guardarla uscire, e mentre lui pensa quanto aggraziati siano gli spasmi della donna, Stand si denuda.
- Pofferbacco! Quanta bellezza e quanta fortuna nell’ammirare un tale spettacolo, le doti che le sono state concesse vanno ben oltre il suo intelletto; ma la prego, non mi sento degno di una tale visione -
- Perché cosa vede? - chiede Stand aprendo le braccia.
- Signorina, lei è piuttosto nuda, direi che ad eccezione dell’epidermide nient’altro la copre; ma, la prego, non si tolga pure quella -
- Oh! Lei ha proprio ragione, mi perdoni; sa, ancora non ho imparato ad allacciarmi le stringhe delle ballerine, elemento portante del mio vestiario. Provvedo subito - e con aggraziata lentezza esegue il proposito.
- E io che credevo di dovermi finalmente abbandonare al piacere - sussurra lui tra se, sconsolato.
Nist ritorna poco dopo, portando un mojito analcolico e un barattolino di nutella avviato, anche se non sappiamo da chi; lo straniero la guarda intensamente, ringraziandola con un lieve bacio sulla guancia: Nist sviene senza pietà. Lui, allarmato, manda Stand a prendere della vodka economica alla pesca, e adagia il corpo dell’altra sul letto; poi le si siede accanto e le prende la mano:
- Dea, che cosa ti ho fatto? Volevo solo esprimere quanto apprezzabile fosse stato il tuo gesto non richiesto o forse solo derivato da una erronea interpretazione, come forse solo tua sorella sarebbe stata in grado di fraintendere. Ma vedo che riprendi piano conoscenza, gioia! Da anni cammino senza trovare riposo o fissa dimora, da sempre cerco di spiegare il motivo per cui sembro destinato a perdere tutto ciò che ogni volta ottengo, ma finora era stata poca cosa dover cambiare continuamente luoghi e frequentazioni, prima di conoscerti la perdita non mi era mai sembrata tale, solo una costante mutazione. Ma adesso ne capisco la portata, e mai vorrei doverti lasciare - sincere e piene di tristezza erano le parole.
- Tralasciando il fatto che ero svenuta mentre parlavi e tutt’ora non mi sento in grado di articolare ragionamenti coerenti, mi chiedo perché tu debba abbandonarmi. Anch’io fino ad oggi non conoscevo che il disprezzo per me e per la coinquilina che adesso non vedo, nonostante nell’aria ci sia uno sgradevole odore di Pruno Persico etilico. Prima di vederti ogni cosa affogava nell’incessante grigio monocromatico, ma ora quasi distinguo il bianco dal nero, e tu da entrambi e meglio di qualsiasi altra cosa vedo, e sento come se al mondo non esistesse più l’eterosoma da ma tanto odiato. Cos’è che riesce a sconfiggere persino ciò che la natura mi ha marchiato addosso? Non saprei definirlo articolando parole con la mia bocca, ma se premessi le tue labbra sulle mie forse riuscirei a esprimermi meglio - e detto questo si baciano, primo bacio per lei e ultimo per lui, unico per entrambi.
Torna Stand, ma i due sono sempre attaccati, e sembra non vogliano o possano separarsi; la giovane versa la bevanda tonificante sulla testa di lui, sperando che segua la convergenza dei tratti somatici che sembra vogliano entrare dentro Nist. Lui non capisce, è ghiacciata, si stacca distratto e solo dopo un attimo si rende conto che mai più gli sarà concesso anche solo emulare il gesto; come Orfeo maledice la svista fatale che gli allontana tutto ciò per cui fino a quel momento era valsa la pena vivere. Le lacrime amare mischiandosi al liquore ne compensano la stucchevole dolcezza, e scappa senza salutare, senza riprendere il soprabito fugge veloce sotto la pioggia, che ancora una volta gli fa spazio, notando inoltre che si è già sciacquato abbastanza.
- Ma perché l’hai fatto? - chiede Nist, impallidita.
- Fatto cosa? -

Per quanto corra Don Aban non arriverà mai.

venerdì 1 agosto 2008

il TRONO

Queste foto sono tratte dal set di Millolab [www.myspace.com/millolab] "la Rinascita"
Queste foto sono tratte dalla brutta esperienza di un Islandese il cui nome ricorda le Divinità
Queste foto sono tratte, come il dado



Ancora non so quale delle due si chiami "il TRONO", a voi l'ardua sentenza...

PS. il set è di Millo _ le foto sono mie

lunedì 19 maggio 2008

Atrocity EXHiBITION

fottuto J.G.Ballard...

domenica 18 maggio 2008

un UOMO SENZA CORAGGiO

Questo è un esorcismo, questo è veleno per combattere il veleno

C’era un uomo senza coraggio che abitava al centro di un foglio bianco; aveva tutte le dimensioni di un punto, e così definirlo uomo è solo un modo per tendere all’antropomorfizzazione. Non sapeva, o comunque non riusciva a ricordare il proprio inizio, non capiva se il foglio era sempre lo stesso oppure scorrevano pagine e lui rimaneva al centro attraversando le fibre, depositandosi per il tempo necessario a non lasciare traccia per poi tornare a scorrere come mercurio immobile.

Piccolo, infinitesimalmente piccolo, aveva sicuramente più potenzialità di quelle che le sue ridotte dimensioni sembravano suggerire; ed è per questo, per saggiare la sua potenza che diventava atto, che un giorno tirò fuori la testa. Ora, essendo l’uomo enorme come un punto provate a immaginare un nondimensionale da cui spunta un altro nondimensionale sovrapposto leggermente più piccolo del primo; ecco, non ci siete affatto. Con questa sua testa appena abbozzata dette un occhiata in giro, ma non vide poi molto, visto che una testa non prevede per forza un organo visivo; quando, saltando i più comuni passaggi evolutivi, ne ebbe uno, che era già un bel passo avanti, notò il suo stato di sicuro isolamento, al centro del foglio. Si compiacque con se stesso per la posizione privilegiata che aveva saputo scegliere senza consapevolezza, e tornò con la testa nella sua assenza di spazio occupato. Passarono circa mille prima che il piccolo uomo senza coraggio capisse che, nonostante la sovradimensionata sicurezza in cui dimorava, poteva comunque spingersi fuori con tutti i suoi arti senza correre rischi elevati.

Ed eccolo là, grande come un punto un po’ più grande del primo e con le stesse capacità intellettuali, che guarda un po’ oltre il foglio senza vedere molto, anche se a volte poco è già abbastanza: si, perché aldilà del foglio ci sono colori sfumati, forme e luci e ombre che mettono il rosicchiatore verme della curiosità anche nel cuore dei pavidi. L’uomo senza coraggio prese coraggio e andò pieno di paradossalità verso il bordo, guardò oltre e tornò un punto per lo spavento: anche se il foglio in cui stava fosse stato sempre lo stesso, senza mai sfogliarsi, l’uomo si trovava comunque in cima a una pila di 3 fogli sovrapposti. Ora il problema è questo: anche se minimo, 3 fogli sovrapposti formano uno spessore calcolabile e schematizzabile in una linea con una lunghezza finita - per quanto piccola possa essere, la linea conterrà sempre un numero infinito di punti, cosicché la distanza che l’uomo senza coraggio doveva sorpassare era incommensurabile, tendenzialmente infinita, e questo dà un po’ la nausea se ci pensate.

Si da il caso che vicino al foglio passasse un alito di vento che, espirando, scaraventò il nostro protagonista a un’enorme distanza dal foglio; noi li chiameremmo si e no 6 millimetri, ma a volte poco è già abbastanza: il piccolo nondimensionale aveva già assunto la doverosa tridimensionalità che si richiede a chi voglia esistere su questa intersezione tra piani infiniti e solidi finiti che è la Terra, e il primo sentimento fu chiaramente la disperazione per essere stato così sciocco da uscire dalla nondimensionalità, farsi buttare fuori dal suo lido sicuro, pieno di monocromatico benessere, peccato, il danno era fatto, e dopo altri dieci per orientarsi l’uomo decise di mettersi in cammino verso l’ignoto.

Per chi di voi è abituato in continuazione a operare scelte di differente entità e valore sarà banale e anche un po’ ridicolo osservare l’uomo senza coraggio fuori dal foglio bianco, ma vi assicuro che per lui l’esperienza fluttuava tra il tragico e l’incredibile: le forme, dalla sua posizione, perdevano presto di definizione, diventando sfumature di un tutt’uno in perpetuo movimento. Il piccoletto si mosse nell’ombra di una teiera, osservando in lontananza le lucine verdi di un lettore DVD cambiare con il passare dei secondi. Ma né la teiera, né i DVD, né i secondi avevano senso per lui, e poco ne aveva anche l’ombra che l’ospitava e lo faceva apparire più scuro nonostante la sua assenza di cromatismi.

A sera [indipendentemente dal momento in cui questo racconto ha inizio] l’uomo aveva percorso altri 9 millimetri allontanandosi dal foglio, il che lo portava a più di un centimetro di distanza dalla sua vecchia casa, e a volte poco è già abbastanza per sentirsi un nomade senza un foglio bianco dove tornare, dove qualcuno ti ama davvero, non per finta come il punto di polvere che l’uomo senza coraggio stava corteggiando. Siccome non aveva coraggio chiese a un acaro che passava di dichiarare il proprio Amore al posto suo, ma poi si ricordò che non aveva coraggio e che per l’appunto gli acari lo terrorizzavano a morte [considerazione un po’ vaga dato che era il primo essere animato oltre a lui in giro, e non che l’uomo o l’acaro sapessero di essere animati, o cos’era la morte; solo che lo straniero fa paura, sempre]. L’acaro se ne andò leggermente indispettito portandosi dietro la polvere, e l’uomo decise che era meglio così, e che anche se quella quantità impercettibile di pulviscolo poteva essere la storia della sua vita, la svolta decisiva, no, meglio non rischiare: sai com’è, all’inizio tutto bene poi tu le proponi di venire a vivere nel foglio e lei “No, tu vuoi solo intrappolarmi a casa dei tuoi; e poi chi cucina? Chi pulisce, l’omino bianco? [per la polvere chiedere chi pulisce è come per un uomo chiedere “chi mi ammazza?!”] No, caro, vai pure, ne troverò uno con meno pretese di te” – ed è incredibile come questo monologo si sia svolto senza che nessuno lo pronunciasse; ma tanto basta a far spegnere subito la scintilla del desiderio di un uomo senza coraggio.

Durante il suo viaggio si fermò a mangiare alla taverna sotterranea di una termite, ma non sapendo né cosa mangia una termite né cosa mangiava lui stesso dovette andarsene pagando il conto per una bella scheggia di mogano stagionato, che senza saperlo aveva ordinato gesticolando per farsi capire dal gestore. Se ne andò di corsa e urlando, perché si ricordò di aver paura anche delle termiti. L’uomo senza coraggio stava iniziando a conoscere l’esistenza circostante al suo foglio di carta, ma nulla ne traeva se non la noia di doversi spostare alla ricerca di un altro luogo dove accasciarsi e scomparire; si sentiva sterile di fronte alla visione del mondo, e forse non c’è niente di peggio che non desiderare e trovarsi proiettato in un mondo plasmato secondo la volontà di soggetti subordinati a continui frustrati inappagabili desideri, sogni, bisogni.

Camminò per centinaia prima di trovarsi in bilico [situazione impossibile per lui che alla fine era poco più di un punto tridimensionale] lungo un filo grigio e freddo che lo portava dritto verso un apertura nei confini dell’universo, le pareti della casa in cui abitavano i 3 fogli di carta. Incerto sul da farsi cercò di consultare Dio, ma Dio non rispose perché altrimenti sarebbe andato contro il detto “aiutati che Dio t’aiuta” o “la Fortuna [cugina di Dio] aiuta gli audaci o “viene da Dio che i frati s’annegano” [esiste lo giuro, non c’entra niente ma esiste].

Non sapendo cosa fare attraversò senza coraggio la fessura tra il cavo e il muro, su un piccolo ponticello di plastica trasparente; sulle prime solo un confortevole senso di vuoto, poi la perdita dei suoi tratti peculiari, poi la sintesi da analogico a digitale ed eccolo a fluttuare nel nulla, virus informatico mancante di eseguibilità, destinato a non essere intercettato e non diventare mai atto. E questo lo fece star bene, perché aveva trovato un luogo in cui tanti esseri giungevano per appiattirsi a un infinito codice binario di soli zero, spenti dalla propria mancanza di coraggio nell’affrontare la realtà, sempre un tantino peggio di come la desidereremmo, sempre quel poco che è già abbastanza per rifugiarsi nel freddo abbraccio di una rete democratica, senza discriminazioni, fantasiosa ma illusoria, confortevole e ingannevole, ma di quell’inganno che quando non si ha coraggio si sopporta così bene pur di non dover provare qualcosa a se stessi o al mondo.

L’uomo senza coraggio trovò centinaia di suoi simili con i quali non condivise nulla nella reciproca beata superficialità del non_vivere; e come se nel suo stare immobile avesse agito inconsapevolmente, adesso ogni giorno in questa parte del globo lascia un piccolo seme in tutti coloro pronti ad annullarsi, ma senza coraggio.

martedì 13 maggio 2008

domenica 17 febbraio 2008

il Maiale

operatore de "la SUGNA S.R.L."

> se servisse un aiuto per immaginarvi il sacerdote <

il Sacerdote

Orologio - 02:14. Chiudo gli occhi seduto sul letto, ma non funziona; tento di resistere, fino allo stremo; i nervi tesi verso un unico pulsante desiderio che stanotte non mi permetterò di avverare, credo, spero, forse; combattuto tra lo stomaco e il cervello dirigo la battaglia sviando i pensieri verso l’Africa e i suoi rigonfi abitanti, verso gli unti USA, sopra le terre di birra e cioccolato, al nord. Ma niente, non ci riesco, come un automa con la spia del carburante rotta mi avvio verso non necessari rifornimenti, per passare un’altra gelida notte al calduccio, sprofondato senza sensi nel piumone, in attesa che i sogni sfamino la mia mente altrettanto bene di come la mia mancanza di volontà farà col mio corpo. Strascico i piedi, non voglio far rumore e in qualche modo mi rallento per poterci ripensare, oppure è un modo come un altro per consumare meno calorie possibile; peccato che la distanza che devo compiere è minima, appena pochi metri, un gradino per entrare nel soggiorno-cucina e ancora qualche passo prima della meta ambita quanto maledetta. Stavolta sembravo esserci riuscito, a nanna presto dopo lauta cena a base di spinaci, funghi e salciccia [si scrive così NdA], niente che potesse disturbare il sonno che comunque alla fine tarda ad arrivare e rimane piuttosto rarefatto per un’ora, quando l’impulso che mi divora mi fa scattare in piedi e mi concede la forza di muovermi togliendomi la voglia di dormire finchè non avrò commesso l’infame peccato. È di fronte al bianco totem che mi immobilizzo e piano spalanco le sue fauci, irradiandomi di molteplici odori e neon azzurro. Formaggino? Cioccolata? Salumi? Marmellata? Ancora funghetti? MAIONESE [resisti, non pensare che esiste]? Verdurine sottolio? Un sorso di succo di mela per iniziare, la scelta è vasta e stasera non ci sono indicazioni particolari da seguire, quindi vada per finocchiona e taralli, senza pietà, a volontà. Prima di uscire dal frigo col mio incartamento di plastica getto un'altra occhiata verso il tubetto della mayò, fatta con lo yogurt, così poco grassa, così sana che ci si può lavare i denti, così bianca buona BASTA! Chiudo lo sportello e mi lascio alle spalle un pensiero di troppo. Seduto al tavolo tolgo la molletta al sacchettino delle croccantissime rondelle di magica farina che vengono immediatamente ed ampiamente circondate di splendido rosa non troppo sottile salame e poi deglutisco in una sola mandata di puro piacere papillifero, e un po’ della morsa di pseudofame si allenta, pur non lasciandomi ancora la scelta di smettere; eccone un'altra che arriva… AAAH! Buone, per davvero; forse non è l’ora giusta, ma allora quando lo è? E ad ogni modo il senso di colpa già inizia a svanire, e al suo posto il tipico stordimento suino che quando sarò di nuovo a letto mi cullerà fino a farmi addormentare con un peso in più sullo stomaco e uno in meno nello spirito.

Perché questo è il mio problema: io, alle due di notte, mangio. E non lo faccio a volte o spesso, lo faccio sempre; tranne circostanze eccezionali [tipo essere inchiodato al muro] a quest’ora di notte un demone sopito si desta e mi costringe a cibarmi finchè, placato, non ordina di tornare a letto per cominciare il sonno e la digestione. I dietologi a volte parlano di questa strana usanza e, con le loro lunghe dita scheletriche, fanno segno di “No, no, questo comportamento è dannoso per i bioritmi del corpo, altera la regola universale dei 5 pasti giornalieri equilibrati con i tipi di calorie che abbiamo sancito devono essere suddivisi secondo legge dogmatica sui cibi dei cittadini che pretendono una vita sana senza sapersi equilibrare [tutti]… e questa piccola abbuffata fuori programma non va affatto bene”. Ma a chi? A voi? Pensate che l’equilibrio sia sinonimo di felicità? Imparate che sapore ha il maiale ha alle due di notte e poi ne riparliamo, e se non vi piace è per quella creatura infida che vive nel vostro cervello e pretende di regolare lo stomaco.

Ma nonostante sia così bravo a parlare anch’io tendo a non credermi, e un vago senso di colpa si presenta ogni volta prima dell’infame gesto. Tralasciamo le deleterie ultramangiate dopo le batoste d’Amore, quando lo stomaco completamente chiuso invoca pietà mentre senza compassione ci ingozziamo di mix apocalittici a limiti dei sapori che tanto non sentiamo, basta infilare in bocca e masticare e mentre la mandibola si alza e abbassa e il nostro cervello si occupa di coordinare il movimento non pensa che forse sarebbe meglio farsi un discorsino e darsi Pace. Beh, a parte tutto la storia non è così catastrofica, il Dio che regola i 20th anni ha deciso di equilibrare in maniera decisamente vantaggiosa la quantità di sostanze ingerite con il peso effettivo dell’ingozzatore, cosicché, oscillando tra la fine dei 60 e la metà dei 70, mantengo il pesoforma ideale mangiucchiando fuori orario ogni notte. E a quanto pare non sono il solo.

Ogni notte, a questa stessa ora al piano di sopra, qualcosa si muove non troppo silenziosa verso una meta conosciuta e si appresta a compiere lo stesso rituale. Non ho mai visto i vicini che abitano sopra la mia testa, una coppia molto riservata che stavano già in questo decrepito condominio prima che arrivassi. È da poco che ho captato la presenza di due persone nell’appartamento: prima gli unici movimenti percepiti erano quelli che accompagnavano gli spuntini notturni di un potenziale uomo corpulento, ma già da qualche settimana una stridula anziana voce di donna sembra voler bloccare gli incontrollabili gesti, il che provoca brevi ma intensi litigi unilaterali che animano la notte del vecchio palazzo. Voler bloccare il cibo perché? Per non dover ammettere che è solo una compensazione, un piacevole sfogo alla velocità che di giorno ci fa correre in continuo senza arrivare mai, stringendo i denti, ed è noto che a denti stretti si mangia piuttosto male; oppure perché mangiare sostituisce altre attività ben più ricreative [e dimagranti] ma anche impegnative, momenti in cui non è possibile nascondere al partner che nulla è rimasto nello spirito che col tempo si è fatto pesante e impacciato e vagamente odorante di fritto; o forse per l’estetica, ultimo vero valore da cui non possiamo trascendere, motore primo dei giudizi che nessuno risparmia; o ancora per una vecchia ma pur sempre valida convenzione internazionale che mai ci risparmiamo di obliare, la menata [randomizzata], perché di qualcosa dovremo pur lamentarci, no?

- La devi smettere di svegliarti tutte le notti a quest’ora per rapinare il frigo, lo vedi come sei ridotto?

- E dai smettila, assaggia questo rigatino spalmato sulle fette biscottate

- Mi fai vomitare, pesi 130 chili e non te ne frega niente, cerchi ad ogni modo di farti esplodere il fegato e un giorno ci riuscirai, sono sicura! Ma non hai un minimo di amorproprio?

- Mangio perché ce l’ho

- Quante cazzate che ti sento dire! Mai una volta che sia possibile ottenere una risposta sensata o completa, sempre a trovare modi per sviare il discorso verso la tua fintosofia di vita, che è solo un modo per nascondersi da te stesso e dalla opprimente quanto chiara realtà, CICCIONE!

- Sto iniziando a rompermi, lo vuoi un morso di gorgonzola e marmellata di ciliege?

- Ma poi che schifo di mischioni sono questi, perlomeno cerca di ingurgitare roba sana; quando ti ho sposato avevi molto più coraggio ad ammettere i tuoi limiti e cercare di superarli, adesso sei solo una montagna di lipidi in attesa di essere fritta.

- Ultima possibilità: coktail di gamberetti con cioccolata al latte?

- Ma esplodi…

- Sai, mi sono ricordato adesso che ti ho comprato una cosa, adesso te la porto.

- Mpf…

- Sto arrivando…

Che carini, questo si che è amore! Certo non dev’essere facile vivere con una baleniera arenata, però che acidità! Perlomeno adesso hanno smesso di litigare e si sente muovere un po’ il letto, deve avergli regalato qualcosa di veramente carino per farsi perdonare. Meglio infilarsi subito sotto le coperte, finche le calorie sono in piena circolazione. E come per ogni formula magica attuata con successo il sonno non tarda ad arrivare durane la metamorfosi delle sostanze ingerite in energia onirica. Ci vuole forza per sognare.

Sono passati giorni, forse settimane. Questo palazzo puzza sempre di più, sembra impregnarsi dei miasmi della propria decomposizione. Il mio morbo notturno non ha smesso di agire, ma perlomeno i vicini hanno smesso di litigare; mentre striscio verso cucina un silenzio quasi totale mi circonda, anche se non è difficile intuire i movimenti fuori dalle finestre: macchine in ipervelocità proiettate verso divertimenti di lamiere contorte e etilicoca, luci strobo sudore dentro fuori vestiti attillati fabbriche di illusioni in movimento perpetuo dev’essere sabato sera e non me ne sono accorto, vivo per me stesso e decido il tempo necessario per esistere e scomparire, non esco, non sento i miei amici da un po’ e ho vagamente mal di testa, ma intanto sono già al frigo e aspetto li davanti in attesa di una rivelazione su ciò che potrei trovarvi dentro; passano alcuni minuti prima che capisca che aprirlo è il modo migliore per rispondersi. Vuoto. Chiudo, riapro. Vuoto. Mi giro e poi completo la rotazione. Vuoto. Incrocio gli occhi dopo essermi messo in verticale reggendomi sui mignoli, ma il cambio di prospettiva non cambia le mie prospettive. Vuoto. Lo stomaco si stringe, questo non va bene, devo procurarmi del cibo, dispensa: la pasta è finita, il cibo liofilizzato è finito, l’acqua è finita, i salatini sono finiti. È un po’ che non esco, l’avevo già detto? Vago nella cucina senza speranza quando RUMORE come di corpo che cade sulla mia testa sopra la mia testa qualcosa è sbattuta per terra con la forza di più di cento chili di carne flaccida. Il mio vicino! È in pericolo? Cosa sarà successo? Devo andare ad aiutarlo, potrebbe essere caduto e ora non riesce a rialzarsi e sua moglie è troppo anziana o troppo addormentata; è il mio dovere di vicino interessato, e sono sicuro che poi mi sarà riconoscente e mi offrirà qualcosina da sgranocchiare, si ho fame e sto prendendo la decisione giusta quindi non occorre agghindarsi devo sbrigarmi prima che si tiri su da solo.

Esco nel pianerottolo con il pigiama le pantofole e le cuffie del lettore mp3 che però non penzola oltre il minijack, chissà dov’è caduto ma non ho tempo sono un piccolo eroe urbano che cerca un’ipotetica vittima e sconvolgendomi i capelli con la mano libera afferro il corrimano e mi spingo in alto sulla rampa di scale, due scalini alla volta con slanci di tre per arrivare prima sul pianerottolo di intersezione, non ho acceso la luce e quella della luna proiettata dalla finestra in alto è scarsa, scivolo ma riesco a riprendermi al volo e volo verso l’assenza di suono del piano di sopra, un livello ovattato abitato da sconosciuti con cui condivido una porzione di spazio vitale privato, l’odore del palazzo a questo piano è ancora più forte e il mio stomaco si stringe, sa che ci stiamo avvicinando verso un maestro degli spuntini notturni, una persona che ha fatto di una maledizione virtù e credo religioso, come non sentire la benefica influenza di questa figura di culto che sta per ricevere un ospite inatteso; la porta del suo appartamento non è stata chiusa per bene e spingendo un po’ si apre, come se mi stesse aspettando. Dentro è quasi buio, qualche candela accesa sparsa per il salotto proietta le silhouette dei pochi oggetti che compongono un arredamento scarso e decisamente di poco gusto: un vaso finto greco che dovrebbe fare da ombrelliera pieno di un liquido vischioso vicino alla porta, un tavolo di plastica bianca, di quelli da giardino, al centro della stanza, coperto da una tovaglia di plastica trasparente imbrattata di una sostanza marrone e secca, un divano verde acido piazzato storto di fronte a un piccolo televisore con un tubo catodico immenso, acceso su rete4, un tappeto strappato e polveroso, un armadio tarlato con dei libri di cucina folkloristica amazzonica, un corpo grasso privo di sensi a fianco del divano. Aspetta, questo non è arredamento.

- Si svegli, signore… si svegli la prego, ha preso una brutta botta ma tra un po’ andrà meglio; ho sentito un forte rumore e sono salito quassù a vedere come stava, sono il vicino del piano di sotto

Qualche goccia di acqua fresca in faccia fa sbattere gli occhi cisposi del gigante, che annaspa un po’ e poi si sveglia, volgendosi verso di me che parlo senza sapere che non ha capito nulla, ma non importa, perché mi sorride debolmente.

- Grazie davvero, penso di aver avuto un calo di zuccheri, ma adesso sto meglio; devo aver fatto davvero un bel botto cadendo, eh!? Oh beh, mettiamoci su, le spiace?

È davvero gentile, ha l’aspetto di due uomini di quarant’anni che hanno sommato i loro acciacchi; lo aiuto a rimettersi in piedi, e non è affatto semplice. Adesso che riesco di nuovo a rilassarmi sento che in questa casa la puzza è quasi nauseante, e in parte è anche colpa dell’omone: prende una candela illuminandosi una canottiera incrostata da tempo stirata dalla pancia, mette in luce le mani rotonde come insaccati macchiate di sugo o qualcosa di simile; indossa dei bermuda lunghi fin sotto il ginocchio, ai suoi piedi un paio di calzini blu troppo piccoli; la faccia rimane in ombra, solo il collo mastodontico e i suoi molteplici menti brillano unti di sudore. La figura nel complesso ispira un vago senso di tristezza, compassione facile scaturita dalla gentilezza di questo essere enorme, verrebbe voglia di abbracciarlo se non puzzasse così. Lo stomaco mi uggiola e gli sorrido.

- Fame? Non me ne parli, quest’ora è fatale per gli amanti degli spuntini, e come può vedere... ti posso dare del tu o qualcosa da mangiare?

- Accetto molto volentieri entrambi!

Mi appoggia una mano sulla spalla e mi spinge verso la camera da letto, indicandomi la strada e invitandomi a precederlo; probabilmente ha la sua scorta personale direttamente sotto il letto, così da non doversi spostare disturbando la moglie. Già, la moglie; chiedo se è un problema, se rischiamo di svegliarla a quest’ora, ho sentito che è piuttosto irascibile; l’uomo scuote la testa e mi sussurra che lei da un po’ di tempo ha il sonno pesante. Siamo di fronte alla porta di camera, la spinge deciso restandomi dietro, ma la luce della candela muore sull’uscio, e quando la porta finisce di spalancarsi c’è solo una stanza buia, un gelo incredibile e tanto, tanto tanfo. CLiK, una luce al neon inizia l’intermittenza prima dell’accensione, i flash accecano e stordiscono tanto da farmi chiudere gli occhi; quando li riapro lentamente la stanza è illuminata di azzurro chiarissimo. La moglie mi sorride seduta sul letto, con la schiena appoggiata alla testiera; mi sussurra di venire avanti, osservandomi con i suoi occhi stretti e drogati. La sua mano sinistra è legata ad una sbarra di metallo del telaio, l’altra è scomparsa insieme a buona parte del braccio, cauterizzato quasi all’altezza della spalla; le gambe sono segate entrambe poco sotto le ginocchia annerite; le sono stati asportati alcuni pezzi della coscia destra e di entrambi i fianchi, un seno e il mento, ma non sembra soffrire troppo.

- Sai com’è, sono un farmacista, mischiando le giuste dosi di morfina, prozac e tranquillanti si può annullare quasi completamente, senza ucciderla, il sistema nervoso e i suoi stimoli negativi, tipo dolore, voglia di piangere o urlare; niente menate, solo un esistenza felice in stato semi-vegetativo. Ma prego, vai avanti…

Mi muovo verso la donna tumefatta che sembra voler tendere il suo ex-braccio verso di me, poi ci ripensa e torna immobile, guardando in basso, verso le gambe e quel lembo di coperta che dovrebbero ancora coprire. Una lacrima le toglie lo sporco dal viso, fermandosi tra le labbra. Trema leggermente e ha smesso di sorridere.

- È l’ora della medicina, cara!

L’uomo va verso il comodino dalla sua parte del letto, prende una siringa e ne inietta il contenuto nel collo della consorte. La faccia di questa si distende, sembra che con la mente fugga verso il suo interno [che probabilmente non rimarrà interno ancora a lungo], si rintana in un luogo dove lui non potrà estirparla, non senza ucciderla.

- Va meglio ora, bellezza? Hey ragazzo, fatti avanti, prego… gradisci un pezzo?

Adesso ha in mano un coltello sottile e appuntito con il quale mi indica ciò che rimane dell’appetitosa signora. Lei sembra non capire, ma è molto probabile che non capisca davvero: adesso si muove catatonica avanti e indietro canticchiando la canzone di un vecchio cartone animato, soffiando via parole sbagliate. Sono sconcertato: non pensavo di avere tutta questa scelta.

- Gradirei assaggiare un orecchio, ma se non è troppo disturbo mi farebbe gola anche un dito

- Per l’orecchio non c’è problema, ti prendo il sinistro, è più bello. Le dita mi dispiace, ma le ho finite

Non mente, la mano legata è in realtà solo un moncherino che non afferrerà mai più niente; poco male, il macellaio taglia una striscia sottile tra il ginocchio e l’inguine, arrotolandovi l’orecchio dentro. Compiaciuto si volta verso di me sorridendo, estremamente e palesemente soddisfatto della professionalità del proprio hobby; restituisco il sorriso. In cucina sono ammassati piatti e tegami sporchi di quello che adesso capisco essere sangue e qualcos’altro di semisolido che non è dato sapere da quale parte del corpo provenga. Il mio ospite [si, la parola vale anche per colui che ospita] prende una padella unta, la passa per troppo poco tempo sotto l’acqua del rubinetto, mentre mi invita ad accomodarmi. Un filo d’olio di semi, una manciata di sale, qualche erba aromatica soffritta e il nostro pasto notturno inizia a cuocere.

- Vedi, sono decisamente contrario all’omicidio, c’è già troppa violenza a questo mondo per entrare a far parte del circolo; e poi non fraintendermi, amo mia moglie, ma era fermamente convinta di poter giudicare senza capire, e questo atteggiamento è così fastidioso quando si tenta di instaurare un rapporto stabile di reciproco affetto. Adesso parliamo molto di più, o almeno io le parlo e lei mi ascolta, assorbe ciò che le dico senza interrompermi continuamente: così le racconto la storia della mia vita, le faccio capire la mia malattia, che è anche la tua, credo; le spiego di come questa necessità diventi in breve tempo regola notturna, dell’impossibilità di sottrarsi, della gioia finale che cancella l’umiliazione di non essere riusciti a controllarsi. E così viviamo meglio in due anche se, fra un po’ di tempo, smetterò di cibarmi di lei e la farò tornare alla lucidità, sicuro del fatto che avrà compreso la mia posizione e saprà accettarla. Grazie alle mie cure sono sicuro di non farla soffrire, o ucciderla. L’ho anche fatta assaggiare, un decotto epidermico, e sembra si sia piaciuta; a te come sembra?

- È veramente molto buona, non pensavo potesse avere un sapore così ben equilibrato… ma sono sicuro che questo è anche merito dello chef!

Alza gli occhi al cielo, sembra molto lusingato delle mie parole. Adesso il suo volto è parzialmente visibile e osservandolo noto che, sotto diversi strati di ciccia, un po’ mi somiglia, c’è qualcosa sia nei suoi tratti che nella sua consapevolezza che ci rende esseri affini, e non mi sbagliavo: mi trovo di fronte a un sacerdote di questo culto.

Concluso il breve pasto lo ringrazio calorosamente e mi alzo; l’uomo sembra rattristarsi, probabilmente non riceve molte visite e alla fine la moglie non dev’essere particolarmente di compagnia, così gli prometto che tornerò a trovarlo, dopotutto non siamo così lontani. Un po’ di colore gli illumina le guance, le mie poche parole gli sono state di conforto. Mi riaccompagna in camera dove saluto la moglie e poi all’ingresso, dove ci salutiamo con un breve abbraccio. Sento la porta chiudersi dietro di me quando sono nel pianerottolo di mezzo, segno che ha guardato mentre mi allontanavo. Strano modo per farsi nuovi amici, ma in fondo basta essere di mentalità aperta e tutto si semplifica decisamente, permettendo alle persone di entrare reciprocamente a far parte del proprio intimo universo interiore.

Orologio - 2:47. Mi metto a sedere sul letto, strofino gli occhi cisposi, ho uno strano sapore in bocca; non ho fame, ma sento l’impellente necessità di trovarmi una fidanzata.