venerdì 6 agosto 2010

...e vissero tutti felici e contenti

C’era una volta, ma lo ricordo come fosse oggi, il pianeta delle persone speciali. Questo era un mondo simile al nostro, ma così avanzato tecnologicamente che erano le macchine a svolgere qualsiasi mansione: cucinavano, guidavano, costruivano, demolivano, si riparavano e si riproducevano, insomma, facevano tutto il necessario perché gli abitanti del pianeta non dovessero preoccuparsi o affaticarsi. E questi ultimi, dall’alto della loro consapevolezza, sapevano di essere creature uniche e insostituibili, cosicché nel corso del tempo, studiando e riflettendo, avevano capito il senso dell’esistenza, e forse pure la struttura dell’universo intero. Ma c’è di più: questi esseri erano talmente speciali che ognuno di loro aveva trovato un proprio senso diverso da quello degli altri, ognuno aveva scoperto il motore primo della Vita che, funzionando teoricamente alla perfezione, non aspettava altro che diventare di pubblico dominio, e finalmente muoversi verso un’unanime direzione di benessere cosmico. Poveretti! Pensate che quando uno di loro cercava di illuminare qualcuno con la propria visione del mondo, l’altro subito tentava di smentirlo proponendogli la propria; alla fine ognuno rimaneva ancorato più di prima alle proprie posizioni, e nel frattempo covava astio e risentimento nei confronti di tutti quelli che non lo ascoltavano, ovvero tutti. Che triste pianeta! Ogni donna pensava di avere un’innata percezione intrauterina che svelava i processi di creazione, mantenimento e distruzione; ogni uomo credeva di aver combattuto guerre e disagi così terribili da aver potuto valutare fino in fondo la complessità della condizione umana; ogni artista generava superbi capolavori la cui ammirazione avrebbe sicuramente portato alla verità; ogni scienziato leggeva nelle proprie formule i fattori primi della vita; ogni religioso aveva trovato un Dio, ogni politico un codice di leggi perfette. Questo era proprio un pianeta di persone sole, un sistema chiuso nel quale ognuno seguiva la propria ‘retta via’ incurante di chi gli passava vicino. Ora, in questo mondo lontano ma non troppo, le persone non si accoppiavano più, ognuno aveva una visione troppo personale sul sesso per poter essere in due a farlo. Così le macchine provvedevano anche a generare cuccioli, che venivano poi allevati collettivamente finché ognuno di loro sviluppava in modo autonomo la propria soggettività alienata; dai cinque ai nove anni i soggetti si distaccavano dal nucleo familiare per mettersi in viaggio come profeti solitari, mentre le macchine preparavano una nuova covata. Questo strano mondo aveva sfortunatamente trovato il proprio inalterato equilibrio.
Ma ecco che un giorno, in un vecchio e isolato laboratorio per le nascite, un’intera coltivazione di embrioni venne sterminata da un parassita delle zucche che le macchine non erano riuscite a controllare e sconfiggere in tempo. Per fortuna non tutta la coltivazione andò perduta, e alla fine nacque un bambino, sano in corpo ma con un solo, piccolo difetto: era insicuro. L’insicurezza era una di quelle malattie debellata secoli prima con un apposito farmaco, così che nessuno al mondo aveva più incertezze da un sacco di tempo, ma il nostro piccolo venne inconsapevolmente afflitto da questa piaga terribile che è il dubbio. Questo non gli impedì di essere allevato correttamente e crescere robusto [anche troppo] all’interno del laboratorio. Certo, aveva solo le macchine a tenergli compagnia, ma quelle non gli facevano mancare nulla, e fu così che NSC_013 [questo era il nome che gli era stato assegnato, ma noi per comodità lo chiameremo solo NSC] arrivò al suo decimo anno di vita conoscendo davvero poco di quello che c’era al mondo. Le macchine avevano giocato insieme a lui, gli avevano insegnato a muoversi e poi a parlare, leggere e scrivere; gli avevano mostrato filmati sui suoi simili e istruito di cultura generale, tacendo però della triste condizione che gravava sull’intero pianeta. Insomma, non si erano mai curate di farlo interagire con gli altri e, le poche volte che il ragazzo era uscito dal laboratorio, la sua congenita insicurezza l’aveva spinto a non allontanarsi mai troppo. Le macchine avevano già da tempo una nuova coltura di embrioni da far sviluppare, ma il loro software ne impediva l’avvio finché NSC fosse rimasto nel laboratorio.
Fu così che, il giorno del suo decimo compleanno, il festeggiato venne accompagnato dalla sua robobalia a spegnere le candeline su un nastro scorrevole. Mentre si abbuffava di torta fu portato nella cabina ausiliaria di un autoveicolo destinato al rifornimento viveri dei vicini centri abitati; questo partì immediatamente per consegnare il suo particolare carico. Il ragazzo stava pulendosi la bocca con la manica quando vide dal finestrino della cabina passare veloce il paesaggio circostante. Guardò meravigliato, sentendosi protetto dal vetro e dalle solide pareti di metallo, e pensò che le macchine avessero organizzato questa gita a sorpresa per festeggiare il suo compleanno, così rimase in silenzio ad osservare la campagna che stavano attraversando. Vide i boschi ad alta produttività di ossigeno, le coltivazioni di vegetali giganti, le rampe di lancio per la consegna veloce di cibo, le trappole per i facoceri mutanti, e pure alcune oasi mobili su cui stavano suoi simili. Potete immaginare la meraviglia di NSC quando vide altre creature come lui: sapeva della loro esistenza, ma vederli così da vicino era tanto emozionante che, se non fosse stato per la sua timidezza, certo avrebbe chiesto all’autoveicolo di fermarsi per poter scendere a conoscerli. Ma preferì continuare, certo che sarebbe venuto il giorno in cui sarebbe entrato in contatto con loro. L’autoveicolo sfrecciava veloce lungo l’unica strada che NSC riusciva a vedere, ed erano già passate alcune ore quando scorsero le mura della città_fortezza. Conosceva bene queste strutture dalle lezioni nei megaschermi didattici del laboratorio, ma vederle di persona era davvero impressionante: dritte e grigie si slanciavano possenti verso il cielo, sulla loro sommità si scorgevano gli edifici abitati e i megastore automatici, mentre alla base restava ancora il rugginoso segno dell’alluvione che aveva colpito il pianeta quattro secoli addietro, poco prima che il Dio dei Cristiani venisse abbattuto da un satellite comunista. Avvicinandosi sembrava che la città si alzasse sempre di più, irraggiungibile e fiera al di sopra di tutto il creato. Il mezzo si fermò proprio accanto all’ascensore di rifornimento, e NSC pensò che la macchina avesse una mansione da eseguire, così si mise ad aspettare per vedere cosa succedeva. D’un tratto si accesero gli altoparlanti del veicolo.
“Scendi” La parola era stata pronunciata con gentile fermezza, ma era la prima volta che NSC riceveva un ordine così diretto, e rimase interdetto per un attimo. Il vetro davanti a lui si aprì e una scaletta scese fino a terra. NSC rimase immobile guardando verso l’altoparlante.
“Scendi!” Stavolta c’era una lieve ma percettibile fermezza in più. Il ragazzo, cosciente che niente gli avrebbe fatto del male finché ci fosse stata la macchina con lui, scese i gradini con lentezza e circospezione. Arrivato a terra si voltò verso la cabina e sorrise accondiscendente.
“Buona Fortuna” Il vetro si chiuse e il veicolo ripartì, lasciando il ragazzo interdetto a fissarlo mentre se ne andava. Destatosi dal momento di confusione provò a inseguire la macchina, ma dopo qualche metro si accorse che questa era già scomparsa oltre una serie di colline metamorfiche [un vecchio progetto per combattere la monotonia del paesaggio campestre]. NSC era sbalordito, non avrebbe mai creduto che potessero abbandonarlo così, senza cibo né vestiti di ricambio, a ore di cammino dal laboratorio, e proprio il giorno del suo compleanno!


Si voltò: la città_fortezza troneggiava austera sopra di lui, un luogo inespugnabile se non fosse stato per il montacarichi aperto che aspettava di portarlo in cima. Entrò e sentì che l’ascensore lo salutava cortesemente, non dovette nemmeno darsi la pena di schiacciare un tasto [peraltro inesistente] che le porte si chiusero e iniziarono a salire; il ragazzo osservava il suolo allontanarsi, ma l’idea di essere sospeso in quel luogo straniero non lo alleggeriva affatto, anzi, si sentì improvvisamente appesantito, e non era la torta già ampiamente digerita, ma un senso di tremenda, ingestibile libertà. Le porte si aprirono e il pavimento del montacarichi s’inclinò leggermente per invitarlo a scendere. NSC fece alcuni passi e si fermò nel piazzale d’ingresso della cittadina, mentre l’ascensore scendendo gli augurava una buona giornata. L’incredulo straniero si guardava intorno, e non capiva se dentro di lui c’era più paura o curiosità. I prefabbricati abitabili, identici tra loro, si stendevano lungo un ventaglio di strade uguali e tutte ugualmente vuote. Al principio di ogni strada stava un distributore automatico di cibo e bevande, e vedendoli NSC si rese conto di avere una gran sete. Era uno degli ultimi giorni di primavera, e il ragazzo non era abituato a stare all’aperto in un’atmosfera non protetta; però, contrariamente a quanto pensava, l’aria aveva un buon profumo, e tuttosommato non sembrava che il pericolo incombesse, quindi si decise a muoversi, dirigendosi verso la prima macchinetta che aveva davanti. Cercò di guardare oltre il vetro, che era imbrattato da tre lettere nere: USM. Dentro c’erano molti snack, li conosceva quasi tutti, ma per andare sul sicuro decise di prendere la sua bevanda preferita, soda e benzodiazepamine. Alzò il dito per premere il bottone corrispondente, ma un urlo feroce lo fermò, raggelandolo.
“FERMO!” NSC si voltò e vide un uomo con una mano alzata che era uscito da una delle case e si stava avvicinando minaccioso. Arretrò di qualche passo continuando a guardarlo, pronto a scappare non appena fosse stato necessario. L’uomo si piazzò davanti alla macchinetta e NSC lo potè guardare meglio. Era un signore sulla cinquantina grasso e sudato, vestito in modo elegante, pochi capelli tinti, gli occhi piccoli e vicini tra loro, le labbra gonfie e un’espressione davvero severa; gli parlò di nuovo.
“Cosa volevi fare, ladro immigrato?” NSC lo guardò spiazzato e indicò muto il distributore.
“Volevi prendere qualcosa, non è vero? NO! Questa è la MIA macchinetta” L’uomo sembrò gonfiarsi. NSC, che era sì insicuro, ma non stupido, sapeva bene che quei distributori erano a disposizione di chiunque ne avesse bisogno, e lo fece notare all’antipatico ciccione, che rispose nuovamente.
“Ma come ti permetti? Questa è il MIO distributore, vedi, l’ho pure scritto qui con il pennarello, ma niente, voi ladri continuate a voler fregare la mia roba, cos’è, non sapete leggere?”
“Immagino che lei sia il signor USM…” NSC lo guardava stupefatto ma sempre all’erta.
“Già, questo è il mio nome, sono il presidente di questo distributore di snack!”
“Ah… ehm, ma io sapevo che i distributori non hanno bisogno di un presidente, funzionano da soli, e poi non possono essere comprati, perché le macchine non li vendono, li regalano affinché tutti possano usarli”
“Il distributore è diventato parte del mio governo tramite un’elezione democratica, quindi non scocciare” USM alzò il mento fiero di dimostrare le proprie ragioni.
“Davvero? Ma… chi erano i votanti?”
“Beh, le macchine non possono votare, e gli altri abitanti di questa città non fanno parte del mio governo, quindi ero solamente io, e ho votato a favore dell’annessione di questo distributore ai miei possedimenti. Naturalmente lascio che le macchine lo ricarichino quando si svuota, ma questa è l’unica concessione che faccio gratuitamente; se qualcuno vuole usarlo deve darmi qualcosa in cambio, è la legge” L’uomo era così convinto di quello che diceva che NSC iniziò a pensare che potesse avere delle ragioni valide per fare il presidente, e seguitò a fare domande.
“E mi dica, c’è qualcos’altro che fa parte del suo governo?”
“Certamente… questo vestito che mi vedi indosso, e l’edificio là da cui sono uscito, ad esempio. Sai, io sono una persona molto generosa” e qui sembrò rilassarsi un poco “in casa mia può entrare chiunque, basta che paghi l’ingresso e la permanenza, mi riconosca come presidente e accetti le leggi del mio Stato; e se poi volesse rimanere a lungo sono pure disposto a dare delle cariche importanti! Ad esempio a te, che mi sembri un ragazzo intelligente, potrei eleggerti Ministro dell’Arredamento. Che ne dici? Una stretta di mano ed è fatta.
“No, la ringrazio, non mi sentirei all’altezza. Ma perché ha deciso di fare il presidente? Lei mi sembra più un imprenditore, un commerciante…”
“Non trovi che ‘presidente’ sia un titolo assai più interessante? Ascolta me ragazzo, che tu sei giovane e hai ancora da imparare. In questo mondo devi prendere, accumulare, espanderti… anche se tutto quello che ti serve è già gratis. Se sarai furbo riuscirai facilmente a gabbare gli stolti e anche i meno stolti, a vender loro cose di cui non hanno bisogno, a proporre modelli di vita che le persone vorranno imitare; potrai convincere il mondo che sei una persona che vale, e così potrai arricchirti e aumentare il tuo potere. Ecco perché sono diventato presidente!
“Ma se ho già quello che mi serve perché dovrei volermi arricchire a spese degli altri?”
“Che senso ha essere ricchi se lo sono tutti?” NSC non era pienamente convinto di quello che l’uomo gli stava dicendo, eppure sembrava così sicuro di sé. Avrebbe voluto fargli qualche altra domanda, ma in quel momento sentirono dietro di loro una voce.
“Redimetevi infedeli, e venite in adorazione a pregare l’unico Dio!” I due si voltarono e videro dietro di loro sopraggiungere un uomo con una lunga tonaca gialla che portava in mano un piccolo limone, che un tempo doveva essere stato panciuto e succoso, ma adesso era seccarello e grigiastro, con qualche accenno di muffa. Il predicatore si avvicinò con fare estatico e protese il frutto verso i due ascoltatori, che lo guardavano dubbiosi.
“Sgomberate dal vostro animo ogni dubbio e siate pronti a incamminarvi in compagnia del Sacro Limone, che ci guiderà verso un luogo migliore in attesa che si compia il Suo Regno” Fu USM il primo a rivolgergli la parola.
“E tu chi saresti? Che vai dicendo, sei impazzito? Ma non lo vedi che hai in mano solo un limone marcio? Se pensavi di impressionarci hai sbagliato di grosso, però sei entrato nel mio territorio e adesso devi pagare il pedaggio” USM fece l’occhiolino a NSC, che lo guardò un po’ storto.
“Come ti permetti? Chiedere di pagare a un legionario di Dio, vergognati peccatore! Io vengo qua a portarvi la pace, e se voi non la volete vedrete che riuscirò comunque a imporvela, perché l’unico Dio sa essere molto aspro se vuole” In quel momento tirò fuori dalla tonaca una pistola ad acqua “Questa, signori miei, è l’arma finale: è stata caricata di nettare Divino e adesso è pronta a far frizzare chi si rifiuta di vedere la Verità!” E detto questo il religioso spruzzò un getto negli occhi di USM che non riuscì a scansarsi in tempo. Il presidente si portò le mani al volto e iniziò a gridare, dimenandosi e maledicendo il predicatore, che nel frattempo aveva puntato il giocattolo contro NSC.
“E tu… sei pronto a cominciare il cammino della fede?”
“Signor limonaro, la prego, cerchiamo di ragionare. Non dubito che il suo sia un Dio particolarmente buono, soprattutto nel the con un po’ di zucchero, ma dentro di me ancora non c’è posto per abbracciare un credo così rigoroso. Sono ancora giovane e vorrei avere tempo per poter pensare a una scelta così importante, lei mi capirà…”
“Ma quale tempo e tempo, bisogna convertirsi giovani, prima che il tempo indurisca il cuore rendendolo impermeabile alla succo di Dio, il quale è particolarmente incline ad arruolare giovani carini come te. L’esercito di nostro Signore dev’essere preparato per poter divulgare la Sua Parola e convertire i miscredenti. La mia missione è cercare coloro che daranno inizio a una nuova era in cui tutto l’esistente sarà governato dall’unico Dio e dai suoi primi e più vicini fedeli, che avranno un posto d’onore nell’amministrare il regno del Limone in terra. Anzi, sai che ti dico? Se ti converti subito, oltre alla remissione totale dei peccati e al biglietto d’ingresso al sacro giardino dei Limoni, ti offro di diventare Cardinal Spremitore, una delle cariche più alte della nostra religione. Allora, che ne pensi? Inginocchiati e siamo d’accordo”
NSC stava per inginocchiarsi non tanto perchè le parole del predicatore l’avessero convinto, ma perché aveva paura di un tremendo schizzo di succo di limone negli occhi, quand’ecco che USM, che aveva finito da un po’ di imprecare, si avvicinò come in preda a una visione e s’inginocchiò al posto del ragazzo. NSC non sapeva cosa pensare, e rimase a guardare la scena. USM si rivolse all’altro uomo.
“Oh messia, le vostre parole mi hanno colpito nel profondo, e il succo bruciato altrettanto; vedo che la vostra dottrina si avvicina alla mia più di quanto potessi aspettarmi. Sono pronto, anche se ormai non più giovanissimo, a diventare un discepolo del Dio Limone, a patto di poter essere il presidente della terra promessa ai fedeli del nostro credo. Cosa mi rispondete?”
“Figlio redento, l’unico Dio ti accoglie volentieri sotto le sue fronde rigogliose, e anche se sarà sempre Egli il supremo Signore vedrò di intercedere per farti avere un posto d’onore alla guida dei popoli che vorranno seguirci. Adesso andiamo, che il viaggio è appena iniziato… AH! Riguardo a te” rivolgendosi verso NSC “pensa bene a quello che fai, e sappi che ci potrai sempre raggiungere nel nostro pellegrinaggio. Arrivederci!” Detto questo il presidente e il religioso s’incamminarono insieme molto soddisfatti del loro incontro; un evento eccezionale per l’epoca che stava trascorrendo, ma NSC non ne comprese fino in fondo la portata. Invece schiacciò perplesso il tasto del distributore, e riuscì finalmente a bere.
Finito che ebbe di dissetarsi scelse a caso una delle vie che si diramavano dalla piazza. Camminando, cominciò a guardarsi intorno: le case si succedevano identiche tra loro, intervallate ogni tanto da negozi automatizzati che fornivano tutti i generi di oggetti e cibi di cui si potesse aver bisogno; all’interno non c’era nessuno ad eccezione dei commessi robotici, alcuni immobili, altri attivi e presi da mansioni di pulizia o riparazione. La città sembrava disabitata, ma NSC notò alcune finestre che si chiudevano al suo passaggio, e vide invece che nella serratura della porta di alcune case c’erano le chiavi, e nei giardini davanti cartelli con la scritta ‘Libera. Se non hai ancora una casa entra, è tua. Le macchine ti augurano una gioiosa permanenza’. Era un mondo davvero ben organizzato. NSC continuò a camminare, e in uno dei giardini notò un uomo, più o meno sulla trentina, che sdraiato a terra si contorceva e grugniva lamenti strozzati; rimase titubante per un po’, poi si avvicinò per scoprire cosa stava succedendo.
“Le serve una mano?”
“EH!? Cosa? Chi è?” L’uomo sembrava essersi appena destato dal sonno, o da uno stato di profonda concentrazione. NSC gli sorrise.
“Salve. Mi chiedevo se stava bene, sembrava patire molto”
“Patire, Ah! Tu non sai cosa sia la vera sofferenza, il miasma della più profonda depressione che mi sento dentro in questo momento. Sciagurato, hai interrotto il mio lamento, adesso non mi resta che cominciare da capo” NSC, che si scopriva ogni momento più curioso, cercò di capire che cosa fosse accaduto a quell’uomo per ridurlo in una tale condizione, e questo gli rispose:
“Ragazzino, io soffro… e basta. Questa è la nuova e più assoluta forma d’arte mai creata, l’unico strumento per dissentire sempre e comunque da ogni cosa, e l’ho inventato io! Per anni gli artisti di tutto il mondo hanno espresso la loro condizione di disagio attraverso storie, quadri, canzoni, poesie, ma alla fine le loro opere risultavano sempre incomplete o parziali. Così ho deciso di abbandonare queste puerili interpretazioni per intraprendere una ricerca che arrivasse davvero in profondità nell’analisi dell’uomo e dei suoi moti interiori, e ho scoperto questo” si alzò in piedi con fare maestoso “il Lamento, il principio primo che spinge ognuna a vivere cercando di ottenere qualcosa che non arriva mai, quella condizione di benessere perennemente negata dall’inevitabile realtà dei fatti: siamo fatti per star male. Ogni gingillo finisce sempre troppo presto di divertirci, ogni emozione non fa altro che ripetersi sempre più affievolita nell’arco di vite che si spengono nella noia della routine, e pure con l’arte, unendo la massima tecnica con la più vivida emotività, non si ottiene mai la rappresentazione finale, ma sempre pallidi riflessi. Solo la lamentela non perde mai d’intensità, il pianto del neonato e lo scatarrare iroso del vecchio parlano della stessa cosa, del male di vivere. Ecco quello che sto facendo, cerco di tornare a un primordiale impulso di sofferenza, a quella condizione di malessere atemporale che ci imprigiona tutti quanti” Anche quest’uomo sembrava particolarmente fiero dei propri risultati, ed NSC annuiva pur senza capire fino in fondo.
“E come intende realizzare questo progetto?”
“Che domanda… lamentandomi, no? Certo che otterremmo un risultato sicuramente migliore se fossimo molti a contorcerci in agonia: io da solo a volte non so proprio per cosa lamentarmi, ma son sicuro che con più persone anche la presenza simultanea di due sofferenti sarebbe motivo di disagio, fosse anche per prevaricarci cercando di dimostrare che uno patisce più dell’altro. Anzi, lo sai che ti dico? Se accetti di unirti a me in questo movimento artistico ti prometto una vita così insoddisfacente che te la invidieranno tutti: sarai allontanato, sbeffeggiato, forse addirittura picchiato, e avrai sempre un buon motivo per star male e rifartela col mondo. Allora, mi segui?”
“Veramente… a me non è che piaccia tanto star male. Anzi, stamani le macchine mi hanno abbandonato ai piedi di questa città, e per me è stato già abbastanza terribile. Ora spero di riuscire a star bene, cerco di essere felice…”
“FELICITÀ? AH!” Queste parole li colsero entrambi di sorpresa, e i due si voltarono per vedere chi si era espresso con tanto sdegno. Alle loro spalle stava arrivando un tipo magro con due occhiali enormi; indossava un camice bianco macchiato e portava con se una valigetta che sembrava pesantissima. Il nuovo personaggio li guardò con fare superiore.
“Felicità dice lui... ma lo sai da quanto tempo non viene rilevata una particella di felicità? L’ultima si è spenta più di cinquant’anni fa, orbitava intorno a un anziano contadino che probabilmente non ha mai saputo che esistesse. Ma sì, anche voi, cosa volete saperne? Questa è scienza!” E detto questo aprì la valigetta e ne tirò fuori un macchinario molto complesso, pieno di lenti, fusibili, antenne e sensori, con il quale si mise a girare intorno ai due stupefatti ascoltatori.


“Ah, cosa abbiamo qua? Vedo un trentenne annoiato al 78% con un misero 12% di creatività che gli ha permesso di trovarsi uno svago, che lo stolto ha scambiato per una missione, anche se il suo 4% di consapevolezza a volte lo mette in guardia dal vano progetto. Ti consiglierei una cura a base di metildiossimetanfetamine, ma questo 86% di arroganza rende vani i miei consigli, vero? E poi? Mmmh… strano questo ragazzino. Se i miei rilevatori non si sbagliano, e la probabilità è davvero irrisoria, la sua percentuale di saccenza è sotto i minimi storici, e pure il coefficiente di Verità non sembra aver trovato nulla con cui accrescersi. Dì un po’ ragazzo, ti senti bene?”
“Io… ehm, salve, mi chiamo NSC. Effettivamente stavo iniziando a chiedermi come mai su questo pianeta le persone che ho incontrato cercassero di convincermi che le loro idee erano le migliori in assoluto, come se tutti avessero la soluzione finale dell’esistenza…”
“Te lo dico io perché: perché sono degli stolti, e non si basano su nessun rigore scientifico, come faccio io. Ascolta me, che in questo branco di pazzi sono l’unico che sa ancora ragionare logicamente. Farai meglio a trovare il tuo principio primo, la tua ragione di vita, e pure alla svelta, perché oggi tutti sanno la verità, e cioè quello che serve loro per vivere, soli ma illuminati. Tu non hai il diritto di sabotare questo sistema con le tue insicurezze”
“Ma io…” NSC, ancora più confuso, non sapeva cosa dire, quando l’artista sofferente si intromise nel discorso.
“Senta lei, signor scienziato, mi permetta una domanda. Ho visto che quel suo aggeggio le permette di vedere molte cose. Ecco, io starei cercando di individuare il principio primo della sofferenza umana, e mi chiedevo se il suo strumento sarebbe in grado di rilevarlo”
“Chi credi di avere davanti, un qualunque Archimede con le sue lenti di ingrandimento giganti? Certo che posso rilevarlo! Dovrei rifare completamente il settaggio dei parametri di ricerca, aumentare la sensibilità del visore introscopico, potenziare i sensori emoattivi, ma si può fare. Che ci guadagno però?”
“Ho sentito prima che la parola ‘felicità’ le sta molto a cuore, e in qualche modo anche a me. Vede, noi potremmo andare in giro a cercare cosa origina il malessere, e poi tentare di trovare una formula per risolverlo. Che ne dice?”
“È un’idea brillante, non me lo sarei aspettato da una persona tanto comune. Beh, accetto la sua proposta, farà bene anche a quei primordiali impulsi di socialità che non sono mai riuscito a curare. E in quanto a te ragazzo, fai come ti pare! Arrivederci” E i due se ne andarono confabulando sui loro progetti. NSC li guardò allontanarsi ed era sempre più confuso, non si era mai trovato così distante dal sapere qualcosa di certo su quello che gli sarebbe successo. Certo che le prime persone che aveva conosciuto erano strane davvero, se tutti gli abitanti di quella città erano così c’era da impazzire. Mentre il ragazzo ragionava sulla sua situazione iniziò a calare la notte e, non volendosi trovare a dormire all’aperto, entrò nella prima casa che vide con le chiavi ancora nell’uscio. Incerto sulle regole di quello strano posto non portò le chiavi con se, ma lasciò la porta aperta; tutto sommato, anche se un po’ matti, nessuna di quelle persone sembrava pericolosa, e poi su quel pianeta non c’era bisogno di rubare nulla, era già tutto gratis. La casa era piuttosto grande e accolse NSC diffondendo nelle stanze della musica ambient; quando il ragazzo entrò in cucina dal forno uscirono dei biscotti caldi e profumati e, considerato che aveva mangiato molto poco durante tutta la giornata, ne prese subito un paio. Mentre ne sgranocchiava uno pensò che l’impatto con la civiltà non era stato poi così terribile, i suoi simili in fondo erano anche piuttosto simpatici, se non fosse stato per quelle loro fissazioni. Era stato piacevole vederli andare via insieme, sembrava che non parlassero con qualcuno da un sacco di tempo, e questo avrebbe spiegato perché erano tutti così entusiasti di trovare qualcuno a cui spiegare la propria saggezza. Forse anche lui doveva trovare un obbiettivo personale con il quale crescere, ma si sentiva ancora troppo giovane per pensare di avere già tutte le risposte. Finiti i biscotti e buttato giù un bel sorso di latte di struzzo lo prese un leggero torpore; andò in salotto, chiese alla casa di abbassare la musica e si addormentò sul divano.
Quando si svegliò era già notte fonda; era ancora intorpidito e non sapeva di preciso perché si era destato così all’improvviso, ma gli sembrava di aver sentito un rumore; sbirciò oltre la spalliera del divano e incrociò lo sguardo di un altro paio di occhi. Due voci urlarono in simultanea per la sorpresa, ma fu giusto un attimo; NSC vide che davanti a lui c’era una ragazza più o meno della sua età, che lo guardava incuriosita e severa. Fu lei a parlare per prima:
“Ti sembra il caso di spaventarmi così?”
“Non volevo, stavo dormendo e tu sei entrata”
“Già, cosa ci fai in casa mia?” Lei girò intorno al divano e si mise su una poltrona davanti a NSC, che tentò di farfugliare qualcosa ancora mezzo dormiente.
“Ecco… veramente la porta era aperta, non pensavo che ci abitasse nessuno. Perché hai lasciato le chiavi se non volevi che qualcuno entrasse?
“Questa è la prima volta che entro qua dentro, ma fuori c’è scritto che se trovo le chiavi la casa è mia, quindi sloggia!”
“Ma c’è abbastanza spazio per tutti e due! Non pensavo di aver bisogno della casa intera, così ho lasciato le chiavi fuori, qualcuno poteva averne bisogno… e infatti eccoti qua.”
“Già, ma si da il caso che io invece abbia bisogno di tutta la casa, quindi per favore vattene immediatamente” La ragazza incrociò le braccia con aria molto risoluta.
“Che ci devi fare con tutto questo spazio?”
“Abitarci per conto mio, ad esempio. Tu non capisci cosa vuol dire essere madre!”
“Tu sei madre? Ma non sono le macchine ad occuparsi di tutte le nascite?”
“Infatti non ho ancora avuto un bambino, ma un giorno… Lo so, non è frequente, soprattutto di questi tempi, ma devo prepararmi ai dolori del parto, e quindi ho bisogno di uno spazio che sia solo mio”
“Ehm…” NSC si grattò la testa imbarazzato “Senti, non rispondere se non vuoi, ma ce l’hai il ragazzo?”
“No, non ce l’ho il ragazzo, ma questo non ti riguarda, non sei nella lista dei preferiti e neanche in quella dei ‘forse un giorno’. Ma tu guarda che maleducato…” In realtà trovava che il ragazzo fosse piuttosto carino, ma quel giorno era particolarmente indisposta “E poi non so neanche come ti chiami!”
“Mi chiamo NSC… No, mi hai frainteso, non volevo dire che noi due, insomma… ma se non hai il ragazzo come farai ad avere un figlio”
“Questa città è piena di ragazzi, ne troverò uno. Piacere NSC, mi chiamo AEQ” si strinsero molto leggermente la mano “E a pensarci bene comunque non sono sicura di voler partorire”
“Quindi posso restare?”
“Non pensarci neanche! Guarda che essere donna è una grande responsabilità, e proprio da me dipende il futuro della specie. Vedi, io sarò il principio di una rinascita per il mondo femminile: sarò la prima donna a non farsi la ceretta!” AEQ vide che NSC la guardava allibito, e proseguì “Che cos’è quella faccia? Ma non ti rendi conto della rivoluzione? Se il mio esempio venisse seguito il mondo della cosmesi avrebbe un settore completamente libero per potersi inventare qualcosa di assolutamente nuovo, tipo un fondotinta per le rughine sui gomiti, un dentifricio che attivi nel corpo una liposuzione spontanea, oppure un lucida-iride per dare sempre l’effetto pianto disperato/sexy. Non trovi che la mia sia una scelta particolarmente azzeccata? E per fare i peli poi ci sarà sempre il laser” AEQ si era accalorata molto durante il discorso, si era alzata in piedi e aveva gesticolato per tutta la stanza, poi tornando a sedere si era messa accanto a NSC, che era arrossito pericolosamente.
“Ah, beh… certo…”
“Vedi che anche tu la pensi come me! WOW, è fantastico!” AEQ fissò il ragazzo sorridendo “Sai che sei più carino visto così da vicino? Potresti quasi entrare nella lista dei forse”
“Ehm… forte…” NSC si appoggiò sulle mani tirandosi leggermente indietro, ma AEQ, forse attratta dal gesto o solo per essere un po’ impertinente, si avvicinò ancora di più, infrangendo di molti centimetri lo spazio personale del ragazzo, che rimase in silenzio mentre lei tornava a farneticare.
“Già non è facile trovare ragazzi carini, ma più che altro non c’è gente disposta ad ascoltare gli altri. Ognuno ha sempre qualcosa da dire che sarà sicuramente più importante di quello che potrebbe sentire, mentre tu… tu sembri diverso, e non sempre è un male!” E detto questo chiuse gli occhi e si protese con la bocca in avanti. NSC non aveva mai visto prima una ragazza, e tutte queste emozioni lo stavano confondendo; fortunatamente aveva visto alcuni documentari che illustravano le attitudini affettive dei suoi simili, così chiuse gli occhi e si avvicinò a sua volta. Che spettacolo! Conosceva altre persone solo da alcune ore e stava già per dare il suo primo bacio. NSC chiuse gli occhi a sua volta e si preparò a questa sconvolgente esperienza, ma la ragazza lo guardò e prese a urlare.
“MA CHE FAI?! Ah, sei un maniaco, ecco cosa sei, ti volevi approfittare di me perché pensi di essere più forte, ma ti sbagli!” E alzandosi iniziò a lanciargli contro tutto quello che le capitava tra le mani. NSC saltò su e scappò verso l’angolo opposto della stanza, cercando di proteggersi come poteva: la ragazza gli tirava soprammobili, ciabatte, quadri, libri, scagliò perfino una delle casse dello stereo. Una volta finite le cose da lanciare entrò furiosa in cucina. Mentre rovistava nei cassetti NSC si guardò intorno cercando qualcosa per difendersi, ma trovò solo le chiavi dell’ingresso, e decise di prenderle. Quando AEQ tornò nella sala aveva in mano un coltello. NSC non si fece pregare, si lanciò a corsa verso la porta d’ingresso e la oltrepassò, richiudendola a chiave mentre la ragazza gli urlava contro insulti di ogni tipo. Lasciò le chiavi nella serratura per essere più sicuro che la ragazza non sarebbe riuscita ad aprirla senza sfondarla; la sentì battere dei pugni sulla porta e vide che provava ad aprire la maniglia; fece qualche passo indietro, tenendosi pronto alla fuga. AEQ continuava a imprecare, ma desistette dal tentativo di inseguirlo. Il ragazzo anche se confuso, non intendeva chiedere ulteriori spiegazioni a quella strana creatura che aveva appena conosciuto. Ripensò alle lezioni che aveva seguito con le macchine, cercando di capire se per caso avesse frainteso un gesto di lei, o fatto qualcosa di particolarmente offensivo, ma non gli venne in mente nulla di rilevante. Sicuramente si era illuso di essere al principio di una relazione affettiva, eppure i segnali di lei sembravano piuttosto espliciti, e non riusciva proprio a capire dove aveva sbagliato. Si sedette in giardino con la testa tra le mani; dentro la casa AEQ aveva smesso di urlare e non si sentivano più rumori. NSC pensò che forse il mondo era più complesso di quello che si era immaginato, ma poteva anche essere che le situazioni precedenti fossero particolarmente facili da risolvere, ed ora invece per la prima volta si trovava ad affrontare la realtà nuda e cruda; il ragazzo non conosceva abbastanza bene i suoi simili per trarre delle conclusioni, e gli studi fatti non lo aiutavano. Forse AEQ aveva capito che a lui quelle idee strambe sulla ceretta e tutte le altre diavolerie non l’avevano proprio convinto, probabilmente si era offesa perché appunto in quel mondo tutti sentivano di avere delle idee eccezionali, e nessuno poteva permettersi di affermare il contrario. Eppure le volte precedenti il suo comportamento aveva dato esiti positivi, cos’è che era andato storto stavolta? Ma forse… forse erano proprio gli uomini e le donne ad essere incompatibili, il principio di tutto il malessere che aveva reso quella città [e l’intero pianeta, ma questo NSC non lo sapeva] un luogo di persone sole. Era quella differenza genetica fondamentale ad aver dato il via alla reazione a catena che aveva portato le persone ad aver paura di confrontarsi, ognuno chiuso nelle proprie idee, una fortezza inespugnabile di risentimento verso i diversi, ovvero il resto del mondo. Con l’odio tra uomo e donna avevano smesso di esistere le famiglie, poi erano finiti pure i fidanzamenti e le scappatelle, in nome di un ideale anche l’istinto aveva dovuto cedere; le due fazioni si erano chiuse con i propri simili, ma anche qua le differenze di opinione e l’ormai radicata incapacità di confronto avevano finito per annullare quella potenziale comunione d’intenti. Il passo verso l’alienazione collettiva era breve, ed era stato fatto; da quel punto tutte le direzioni avevano cominciato a divergere, e quelle creature sole avevano continuato ad esistere solo grazie alle macchine, onnipresenti e iperattive, ma impotenti nel risolvere questa situazione. Così ragionava il giovane, talmente preso da non accorgersi delle due figure che gli si erano avvicinate e ora gli stavano innanzi.
“NSC! Ma che fai? Alzati, dobbiamo dirti una cosa” L’artista del malessere e lo scienziato pazzo gli tesero la mano, e il ragazzo si fece tirare su, contento di rivedere due persone conosciute.
“Ragazzino, per fortuna ci hai fatto incontrare! La ricerca ha già avuto un esito assolutamente positivo. Il nostro macchinario, accuratamente modificato, ci ha spiegato che la fonte di tutto il malessere cosmico è l’entità più nera a noi conosciuta: il BUIO! Ecco vedi, ora che è notte, anche se siamo illuminati da dei lampioni, il nostro coefficiente di allegrezza è in diminuzione; in alcuni soggetti particolarmente sensibili scende anche di quindici punti percentuali ogni ora di veglia notturna. E qui viene il bello, perché abbiamo deciso di creare un movimento scientistico per la ventiquattrorizzazione della giorno. Ci pensi, non avremo più la notte? Per dormire non ci saranno problemi, abbiamo già accumulato alcuni quintali di sonniferi e chiesto alle macchine di prepararne altri. Pensa che abbiamo pure intenzione di cancellare tutte le variazioni climatiche: sarà bellissimo, anni e anni di giornate di sole! E abbiamo già trovato il nostro simbolo… guarda, eccolo” NSC ricevette un pacchetto di fiammiferi e, anche se ancora non riusciva a capire se era stato davvero un bene mettere insieme quei due, si complimentò per i risultati raggiunti e le idee che erano scaturite. Stava stringendo loro la mano quando le luci di un camion illuminarono i tre, che guardarono verso la cabina.
“NSC, che piacere! Ci riconosci? Siamo il politico e l’imprenditore, abbiamo delle grandi novità da raccontarti” Scesero dal camion e corsero dal ragazzo, che li presentò agli altri due. Quando furono finite le calorose strette di mano i nuovi arrivati continuarono il loro racconto.
“Sai una cosa? Quella storia del Dio Limone era assolutamente fallimentare, l’abbiamo capito al decimo litro di gin-lemon. Non funzionava, esiti commerciali zero, utilità pratica uguale, così ci siamo ingegnati per trovare una vera figura di riferimento con la quale mobilitare le masse e… TADÀ!” aprirono le braccia verso il camion “Abbiamo scoperto che in un pianeta lontano ma non troppo l’intera esistenza dei miliardi di abitanti è regolata da una Divinità spettacolare: si chiama Petrolio! Abbiamo richiesto un campione omaggio e loro ci hanno inviato quest’autocisterna piena. Fantastico! Ancora non sappiamo come usarlo, però ha un odore buonissimo e va giù che è una bellezza. Volete provare?” Senza aspettare una risposta i due tirarono fuori tre bicchieri e li consegnarono ai loro ascoltatori, poi estrassero una pompa dal camion e versarono il sacro liquame. NSC, lo scienziato e l’artista tracannarono quella generosa offerta.
“Mmh, ma questo Petrolio è buonissimo, e questa consistenza oleosa poi, la fine del mondo. È sicuro, avete trovato il nostro nuovo Dio” Erano tutti quanti d’accordo che la scoperta fosse sensazionale. Mentre i due gruppi di pionieri erano intenti a scambiarsi le loro idee e a fare grandi progetti NSC notò un cartello rosso sulla fiancata del camion, ed ebbe un’idea. Si rivolse a quelle persone.
“Signori, mi complimento per i risultati conseguiti. Ognuno di voi ha scoperto cose incredibili, e abbiamo anche capito che, lavorando in gruppo, si ottengano senza dubbio risultati migliori. Ecco, adesso che ho osservato i vostri sforzi, anch’io voglio dare il mio contributo facendo sì che i progetti di cui parlate possano accrescersi a vicenda. Farò arrivare qua tutti gli abitanti della città, e forse la luce delle nostre idee chiamerà anche quelli che stanno aldilà delle barriere di questa fortezza. Riusciremo a dare inizio a una nuova era di fratellanza e collaborazione partendo proprio da qua, da questo giardino. USM, perfavore, potresti passarmi la pompa?” Gli uomini avevano ascoltato rapiti il discorso di NSC, e non aspettavano altro che sapere quello che aveva in mente il ragazzo. Il politico gli passò la pompa, e NSC iniziò a spruzzare a tutta potenza la casa; il petrolio colava ovunque, impregnava le pareti di legno, passava sotto le tegole e dagli spiragli delle finestre. Quando diverse centinaia di litri avevano già inzuppato l’abitazione NSC chiuse l’erogazione e restituì la pompa ai proprietari, poi chiese la scatola di fiammiferi allo scienziato; questo gliela diede, ancora molto incuriosito dall’esperimento. NSC si avviò verso la casa e, quando fu abbastanza vicino, si voltò e ricominciò a parlare.
“Adesso vi prego di allontanarvi un po’ e di prestare attenzione a quello che sto per fare. Vedete che ci sono le chiavi nella serratura, quindi questo posto è disabitato. Bene, io tramuterò questa casa in esubero nel simbolo del nostro movimento collettivo, farò sì che le vostre scoperte unite tra loro possano dare inizio a qualcosa di assolutamente grandioso. Signori, vi ringrazio per avermi offerto questa possibilità, e adesso facciamo un po’ di luce” NSC lanciò un fiammifero acceso verso le fondamenta e corse verso il gruppo dei suoi nuovi amici.


Le fiamme arrivarono al cielo in un istante, erano talmente alte che se ci fosse stato un Dio si sarebbe scottato di sicuro. In quattro guardavano quello spettacolo meraviglioso, ed erano così rapiti da non riuscire a trovare le parole per complimentarsi con NSC, che nel frattempo, con aria mesta, agitava la mano in segno di saluto verso l’abitazione. Dalle case intorno a loro si levarono delle voci, vennero spalancate le finestre e la gente scese in strada per ammirare quel fuoco portentoso che avrebbe portato nuova luce nelle loro vite. In tanti quella notte ascoltarono il crepitare delle fiamme, ma nessuno sentì le urla.

mercoledì 26 maggio 2010

ADOLESCENTi


- Perché mi fai questo?
- Quanti anni hai?
- Quindici
- Appunto

16 Giugno [21:07]
Dani e Bea erano appena usciti dal fast food. Ancora con le mani un po’ unte dalle patatine strafritte Bea aprì l’ombrello e lo passò sorridendo a Dani; lei era piuttosto bassa, lui avrebbe fatto meno fatica a ripararli entrambi. Dani la guardò, ricordando le facce degli amici quando l’aveva presentata: forse non era bellissima, un po’ sovrappeso, con quei piccoli crateri post-acne sparsi sul viso, però aveva un fascino tutto suo, e in più era davvero simpatica. E faceva dei gran pompini.
- Cosa guardi?
- Soltanto te - Dani sapeva come farla sciogliere, e sapeva anche cosa avrebbe ottenuto in cambio; i meccanismi erano banali, gli stessi gesti e parole funzionavano pressapoco con tutte le ragazze con cui era stato. Sorrise, più che altro per la propria scaltrezza, la prese per mano e si incamminarono sotto la pioggia. Non era molto che stavano assieme, e Dani era già riuscito a tradirla, il venerdì precedente, con la migliore amica di lei, che forse non era proprio la migliore amica che aveva. Che strano – pensò – io non ci proverei mai con la ragazza di un mio amico… beh, non che quella ci abbia davvero provato con me, però si vedeva che ci sarebbe assolutamente stata, e come potevo farmi sfuggire un’occasione del genere? E poi non ricordo più neanche come si chiama… qualcosa che aveva a che fare con il Natale, o l’Italia…
- HEY uomo tra le nuvole! Ieri ho sentito Natalia
- NATALIA!
- Sì, Natalia, esatto - Bea lo guardò con una smorfia dubbiosa - Ha detto che la festa di venerdì non è stata un granché, che non mi sono persa nulla. Ma non avevi detto che era stata divertente?
- Mah, sì, insomma, niente di speciale, però divertente… - Dani guardò altrove
- Ahah… capisco
- Ti ha detto altro?
- Niente di che, mi ha detto di stare attenta, pochi giorni fa uno squinternato ha fatto sparire un paio di ragazzi della nostra età, e ancora non li hanno ritrovati. Roba da film horror di serie Z
- Già…
- Mister monosillabo, che ne dici se ce ne andiamo al cinema? Il tempo è uno schifo e non c’è nessuno in giro - Bea lo guardò tentando uno sguardo seducente, e anche se il tentativo risultò piuttosto goffo Dani apprezzò particolarmente il cambio di discorso, e le chiese che film volesse vedere. Bea si rimise addosso lo sguardo malizioso.
- Ecchissenefrega… perché, tu vuoi vedere un film?
- Naa. Sai che hai avuto davvero una buona idea?
Deviarono in una stradina appartata dove Dani conosceva un vecchio cinema quasi in disuso, solo vecchie pellicole degli anni novanta, film che erano scaduti ancor prima di uscire. L’aria era grigia di pioggia fitta, c’erano solo le poche luci ovattate dei negozi algerini a illuminare la strada. I due stavano camminando in silenzio quando una macchina si fermò accanto a loro, abbassando il finestrino. Dani si avvicinò alla vettura, pensando che al tizio servisse un’informazione, o forse solo un paio di grammi d’erba, e lui poteva sempre essere d’aiuto. Dalla macchina proveniva una musichetta latina, piuttosto in contrasto col tempo e con il tipo al volante, un ometto grigio, di poco sopra i quaranta portati male, camicia bagnata rosa salmone con cravatta a pois, un abbigliamento che sembrava uscito da uno di quei film che stavano per vedere.
- Serve una mano? - Dani cercò di reprimere un sorrisetto strafottente
- Mi sono perso
- Dipende da dove stai andando
- Cercavo l’hotel Tsutomu
- Mai sentito. Scusa, non abitiamo da queste parti
- Non importa
- Allora ci vediamo, eh? Buona fortuna…
Mentre il finestrino si chiudeva e la macchina ripartiva Dani pensò che quell’uomo aveva la voce più impersonale che avesse mai sentito, un tono piatto e insulso, quasi fastidioso con la sua mancanza di inflessioni o di accenti dialettali. Forse era un turista, o un immigrato con una macchina rubata, ma in fonda cosa gli importava? Lì accanto c’era la sua nuova fiammetta, una di quelle tante storielle da sfruttare al massimo finché duravano e poi dimenticare senza rimorsi.
- Bea, siamo quasi arrivati - Dani le cinse la vita, gli piacevano da impazzire quei fianchi un po’ abbondanti
- Dani quell’uomo…
- Sì?
- Niente… mi sembrava così… - Bea sembrava particolarmente a disagio
- Così come?
- Solo
- Beh?
- Niente, te l’ho detto, solo un impressione
- Certo che sei strana
- No, che non sono strana, scemo, era così per dire - Bea lo guardò, scherzosamente stizzita, e Dani colse la palla al balzo
- Ah-ah
- Hey non mi prendere in giro, guarda che se continui così per staser…
- Bea guarda - Dani indicò dritto davanti a lui
- Cosa?
- Quell’uomo… si è fermato davanti al cinema
- Starà chiedendo informazioni
- No, è entrato. Magari possiamo guardare il film con lui, così si sentirà meno solo
- Ma vacci tu con quello… ma guarda se…
- Hey, scherzavo, ok? Non ti incrinare
- Mh - Bea sorrise furbetta; come faceva a tenere il muso al suo amato Dani?
Come previsto il cinema era praticamente vuoto. Il bigliettaio, l’unica persona di servizio, li fece entrare, dette loro un pacchetto di pop-corn stantii, fece partire il film e, dopo aver chiuso la biglietteria, si dileguò nella stanza di proiezione. In sala c’erano una casalinga sui cinquanta, una coppia di vecchietti addormentati e l’uomo grigio in cerca dell’hotel, che non li vide entrare, era come imbambolato a guardare lo schermo. Il film era una squallida commedia sentimentale con Tom Cruise, ma i due ne videro giusto qualche scena in più di due ore di proiezione. Finito il loro turbinio ormonale notarono che il cinema era rimasto completamente vuoto, si rassettarono i vestiti e uscirono. Stava ancora piovendo, ma le gocce erano meno fitte e più leggere, e faceva abbastanza caldo. Bea guardò il cielo.
- Che estate di merda…
- Non è ancora Estate - Dani amava fare il saccente, considerando che le sue scarne conoscenze glielo permettevano raramente
- La scuola è finita, no? E allora è Estate, e le giornate devono essere belle - Bea si girò verso la strada e rimase immobile, con un espressione stupita - Dani, guarda, quella è la macchina del tizio solo. Gli hanno sfondato il finestrino davanti! Poveraccio, mi sa che è proprio uno sfigato…
Dani uscì dalla tettoia del cinema e attraversò la strada per andare a vedere meglio. Forse l’uomo era in macchina che controllava i danni, forse gli avevano rubato il portafogli e il cellulare e aveva bisogno d’aiuto. Avvicinandosi si abbassò per guardare dentro: in macchina non c’era nessuno. L’autoradio era ancora al suo posto, sul sedile lato passeggeri c’erano dei CD di roba caraibica e chill-out, quel tipo di schifezze che ti tirano dietro nei supermercati. Per terra delle bottiglie d’acqua vuote e qualche buccia di banana, sul cruscotto un pacchetto di sigarette chiuso, più i resti di una barretta al cioccolato. Pensò che il tipo non doveva fare tanti viaggi in compagnia, anche perché dall’abitacolo proveniva un odore disgustoso di fumo e abre magique alla fragola. Si spostò a guardare quello che c’era dietro; riusciva solo a vedere sacchi della spazzatura vuoti e spiegazzati e qualche cartone, il vetro era troppo sporco per capire se c’era qualcos’altro. Stava per tirarsi su quando una mano lo prese per una spalla. Dani si voltò di scatto. Era Bea.
- Sei matta? Mi hai fatto paura
- Agitato? Che hai trovato?
- Niente, sembra tutto a posto, probabilmente è stato qualche vandalo. Chissà dov’è andato il tipo? - Dani si guardò intorno, non c’era nessuno in giro.
- Andiamocene Dani, non è affar nost…
Non finì la frase. Una bottiglia di Moretti vuota le esplose sulla testa frantumandosi in centinaia di schegge, e mentre cadeva a terra l’uomo grigio aveva già afferrato Dani per il collo con una mano, mentre con l’altra gli copriva bocca e naso con un fazzoletto imbevuto di cloroformio.

Mentre copriva il finestrino rotto con del cartone l’uomo pensò che era stato di nuovo davvero troppo classico e scontato nell’esecuzione del rapimento; doveva trovare dei metodi alternativi, anche perché i finestrini gli costavano una cifra.

17 Giugno [07:53]
Dani si svegliò come nel pieno di un dopo sbronza. Aveva gli occhi gonfi e cisposi, non riusciva a distinguere nulla intorno a lui. Non capiva cosa stava succedendo, in più il naso e le labbra sembravano in fiamme e gli prudevano da morire, cercò di grattarseli, ma aveva le mani legate a un palo, dietro la schiena. Quella che poteva essere la sagoma di un uomo davanti al lui fece qualche passo nella sua direzione e cominciò a parlare.
- Ben svegliato… senti, devi scusarmi, non sapevo che eri allergico al cloroformio
A Dani sembrava che la sua testa stesse per liquefarsi, così ci mise qualche attimo in più a ricapitolare cos’era successo la sera prima. Restò immobile a riflettere, quello che gli arrivò al cervello era abbastanza preoccupante, così provò a girarsi e urlare, ma una fitta gli trafisse le tempie e dovette desistere. Il mondo vorticava, si era appena svegliato eppure non era mai stato così spossato, come se tutto il mondo che gli stesse scivolando addosso. La figura ambigua stava lentamente delineandosi, e riprese a parlare.
- Eccezionale il Seconal, vero? Me l’ha dato un mio amico, un collezionista di vecchi farmaci che sta a Zurigo, un vero scoppiato. Lui ne aveva abbastanza. Questa meraviglia non la producono più da un pezzo, e invece ora è qui, nel tuo sistema nervoso; io mi sentirei onorato, ma immagino che tu sia solo confuso
Infatti Dani non stava ascoltando, i pensieri gli turbinavano in testa senza trovare collocazione precisa, il cinema un finestrino rotto il seno destro di Bea l’uomo grigio il fast-food la birra Moretti l’ombrello di Bea la pioggia i pop-corn Bea sangue Bea. Alzò la testa e cercò di inquadrare l’uomo.
- Nuhvè ea… - Come prima prova non era particolarmente riuscita.
- Cosa?
- Novhè aagaza?
- Ma che dici? Cerca di scandire meglio le parole, sei sotto sedativi e stai impastando
- Dovhè… laragaza?
- Va già meglio. Non preoccuparti, è ancora viva, forse te la faccio pure salutare, vediamo come ti comporti
- Tu no… - Dani cercò di dimostrarsi più duro di come si sentiva realmente.
- Io cosa? - L’uomo si avvicinò con tranquillità e colpì Dani alla testa con un calcio. Mentre scivolava nell’incoscienza riuscì a sentire l’uomo che lo sbeffeggiava, diceva che non somigliava affatto a Randy Gardner. Ma chi era Randy Gardner? Fu il pensiero di un attimo, tutto si fece nuovamente ovattato, e poi buio. Sognò che veniva caricato dentro una macchina, nello spazio sotto i seggiolini posteriori, e coperto con dei sacchi neri. La macchina si muoveva e lui non sapeva dove erano diretti, sentiva solo nell’aria una canzonetta sudamaricana, e la voce di un uomo stonato che le andava dietro - todo aquel que piense que la vida siempre es cruel / tiene que saber que no es asi / que tan solo hay momentos malos, y todo pasa.

17 Giugno [15:21]
Dani si svegliò. Era solo, e nonostante il naso gli bruciasse ancora, era un po’ meno stordito, cosicché i ricordi ci misero meno tempo a tornare per aggiornarlo sulla situazione: era stato legato a una massiccia ringhiera di metallo in quello che un tempo doveva essere stato un porcile. Adesso sembrava adibito a capanno degli attrezzi, anche se ad un primo colpo d’occhio gli sembrò che non ci fosse nulla che poteva essergli utile. C’era uno scooter senza motore, alcune riviste di musica e dei fumetti pornografici, uno scaffale piena di scatole di cartone chiuse, una scrivania con un computer. E del sangue. Lì per terra, accanto a lui, svariate gocce di sangue secco si univano in una scia che raggiungeva l’unica porta della stanza, chiusa. Era solo. Di Bea non c’era traccia, o meglio, forse una c’era, ma non volle pensarci. Quel maniaco li aveva rapiti e drogati, forse si aspettava di ottenere un riscatto, o forse poteva essere quel pazzo che diceva Bea, uno di quelli che si vedono spesso in TV sui canali mediaset. Aveva sete, aveva davvero sete, e quel posto puzzava di rancido, la situazione era assurda e terribile, e Bea era scomparsa. Dani era quasi lucido, e questo non gli piacque, capiva fin troppo bene di essere in pericolo. Fu preso dal panico, chiuse gli occhi e iniziò a urlare, a chiedere aiuto, chiamò Bea, la polizia, sua madre, qualcuno, ma nessuno rispose, e così lui continuò a urlare, così tanto che non si accorse degli occhi che lo fissavano in silenzio. Quando il panico ebbe lasciato il posto a una sorta di rassegnata calma, Dani vide di fronte a se il rapitore che lo guardava sorridendo, e a terra Bea, con i vestiti strappati, in stato confusionale. L’uomo grigio lo guardò.
- WOW! Scusa, puoi rifarlo? Ho perso tutta la prima parte. Urla quanto ti pare, quando ho ristrutturato questo posto mi sono assicurato che le pareti fossero ben insonorizzate, e poi tanto non passa mai nessuno da queste parti. AH, non sperare che riescano a rintracciarvi attraverso i telefonini; dopotutto i vostri i-phones non erano COSÌ indistruttibili. Comunque… ti serve qualcosa? Hai fame? Scusa se l’altra sera in macchina sembravo un po’ rincoglionito, devo aver preso qualcosa, adesso non ricordo. Insomma, come stai?
- Che le hai fatto, bastardo?
L’uomo scosse la testa come se non sapesse di cosa stava parlando, poi tirò i capelli della ragazza per farle sollevare la faccia da terra. Le aveva fatto saltare tutti i denti, e uno degli occhi era gonfio e sanguinava. Un’ondata di collera investì Dani, che iniziò a scalciare e ad agitarsi. L’uomo non sembrava turbato, allargò solo un po’ di più il sorriso.
- Mi sa che è finito l’effetto dei sedativi. Mmh, meglio così, almeno ti ricorderai di averla salutata. Lo sai, vero, perché le ho fatto saltare i denti? Perché così non poteva mordere mentre me lo succhiava. Tutte uguali queste sbarbe, un sacco di storie e di lacrime e di “ti prego no, non farlo” ma poi alla fine ci danno dentro alla grande. Deve essere stata un’ottima amichetta, ho visto che al cinema eravate molto impegnati. Bene, così non hai nulla da rimpiangere. Ahh, non sai come vorrei che questa troietta fosse Jessica Watson…
Detto questo estrasse dalla tasca dei jeans un coltello a serramanico e le tagliò la gola. Fu così veloce e gratuito che Dani ci mise un po’ a capire cosa stava succedendo. Mentre il sangue usciva Bea lo guardò, supplichevole, e Dani iniziò a piangere, inerme, incapace di fare qualunque cosa, riuscì solo a guardarla mentre annaspava cercando di trattenere la vita più che poteva, non molto ad ogni modo. Quando la ragazza ebbe finito di agitarsi l’uomo lasciò i capelli di Bea e si avvicinò a Dani, che cercava inutilmente di trattenere le lacrime. Non era saggio farsi vedere deboli, questi maniaci si eccitano se ti vedono indifeso. L’uomo gli tese la mano, poi scosse la testa e la tirò indietro, sorridendo divertito.
- Molto piacere, puoi chiamarmi Tsutomu, come il nome dell’hotel che ti ho chiesto vicino al cinema, ricordi? Naturalmente è un nome fittizio, però c’è un giapponese, o un coreano, e chi li sa distinguere tutti questi asiatici del cazzo… insomma ti dicevo che c’è questo tizio che ha ammazzato dei ragazzini e poi ha detto che era stato un uomo-topo a dirglielo. Un uomo-topo! Cioè, ti rendi conto che malati di mente sti’ cinesi? Comunque è un piacere averti qua; certo, non sei stato molto socievole finora, ma abbiamo tempo per recuperare, che ne dici? Allora… immagino ti starai chiedendo dove sei, quali sono le mie intenzioni, quando arriva la polizia a salvarti e via dicendo, no? Ti dirò, al momento non ho voglia di risponderti, né di darti da bere… hai le labbra secche ragazzo, devi avere una gran sete. No, non è che non voglio vederti pisciare addosso, con quella roba che hai in circolo nelle vene, il Seconal, probabile che per il resto della tua comunque breve vita tu non debba più orinare. Non ti offro da bere perchè sono davvero antipatico, e ho deciso di torturarti. E nel frattempo puoi pensare a come deve essersi sentito Hector Turner durante quella fottuta maratona nel deserto.
- Perché mi fai questo?
- Quanti anni hai?
- Quindici
- Appunto. Però ora basta con le domande. Adesso ci divertiamo - Tsutomu legò le gambe di Dani, che era ancora troppo debole per opporre resistenza; gli tolse le scarpe e i calzini e arrotolò attorno ai piedi un intero gomitolo di fil di ferro. Poi, con l’aiuto di una fiamma ossidrica, fece delle saldature. Dani perse conoscenza quando il ferro batté per la prima volta sulle ossa dei piedi. Stavolta non sognò nulla, sprofondò nell’oblio indotto dal suo stesso organismo mentre un uomo grigio gli scaldava i piedi.

18 Giugno [04:43]
- SVEGLIA! Svegliati, su. È arrivato il tuo momento. Scusami, è che vado in tilt quando ho un ospite, non ce la faccio a trattenermi, e poi ho sempre paura che mi becchino e quindi devo eliminare le prove. Non avertene a male, lo sai che un ospite è come il pesce, dopo due giorni puzza - Tsutomu aveva schiaffeggiato Dani, e adesso si era allontanato di qualche passo per osservarlo meglio; Dani gli restituì un’espressione di sdegnata sufficienza.
- Tre giorni - Benedetta la saccenza. Tsutomu sembrò emozionarsi.
- Che carino, ti è venuta voglia di scherzare! Bravo, così bisogna comportarsi, ora sei grande abbastanza per morire dignitosamente
- Perché? Cosa ti abbiamo fatto? - Nelle parole di Dani non c’era sottomissione, solo una masochistica curiosità. Tsutomu girava per la stanza, riusciva a parlare con tranquillità, ma era chiaramente in ansia per qualcosa.
- Perché? Vedi, ora arriva la parte migliore, quella in cui io spiego, tu capisci, sperimenti il senso di ingiustizia universale e poi muori. Ancora non so quale di questi momenti preferisco, certo che finisce sempre tutto troppo presto. Immagino che ti faccia molto caldo ai piedi, eh? Immagino che ti andrebbe proprio di farti una camminata al Polo Nord con Parker Liautaud, eh?
- Nomi, nomi… CHI SONO QUESTE PERSONE? Io non le conosco, che c’entrano?
- Sono i tuoi assassini. Ok, tecnicamente sono io che ti uccido, però è colpa loro - Tsutomu annuì compiaciuto, Dani voleva replicare, ma tacque, era stufo dei giochetti e delle derisioni del suo aguzzino, aveva sete e voglia di vomitare, ma era come se i suoi sensi fossero intorpiditi, si sentiva come sedato, ma stavolta non era colpa delle droghe, ma dell’inevitabile destino. Voltò la testa, e non chiese più nulla.
- Che hai, non hai più voglia di ascoltare? Proprio adesso che viene il bello - Gli si avvicinò, tirò indietro il piede e lo colpì con un calcio allo stomaco più forte che potè. Dani rimase senza fiato per quasi un minuto, poi, appena ebbe di nuovo la facoltà di respirare, gli abbaiò contro una sequela di insulti incomprensibili, anche se la madre di Tsutomu era in qualche modo coinvolta. L’uomo nel frattempo riprese a camminare per la stanza, ma stavolta più tranquillamente. Tolse dalle tasche un pacchetto di sigarette, si fermò per accendersene una, aspirò e iniziò a tossire rumorosamente. Dani lo osservava torvo mentre Tsutomu spegneva la sigaretta al muro, asciugandosi la bocca.
- Sai, in realtà non fumo, però mi andava di provare, magari mi piaceva e mi godevo di più il momento
Dani non rispose, ma continuò a fissarlo con odio. Tsutomu proseguì.
- Insomma vuoi conoscere i tuoi assassini? Vedi, adesso non guardo molta televisione, ma tempo fa ero un vero teledipendente. Prima guardavo il calcio, mi piaceva il calcio, tifavo per il Milan. Un giorno… mia moglie mi aveva lasciato da poco e il mio portafogli era costantemente vuoto, i bambini non volevano più vedermi, avevano paura di me, comunque, ti dicevo, un giorno al TG parlavano di calciomercato, e mi è venuto da pensare a quanto guadagnano quei rottinculo in pantaloncini per inseguire una sfera sull’erba sintetica. Così mi sono detto: Franco, è il mio vero nome, tanto poi muori, insomma, Franco è colpa tua se guadagnano così tanto, se te e tutte le nullità come te non stessero a guardarli non ci sarebbero tutti quei soldi che vanno a finire nel calcio. Ok, sono investimenti privati, ma insomma, smisi di guardare le partite e qualsiasi altro sport, l’invidia e la depressione giocano brutti scherzi. Poi fu la volta dei film, mi sembrava che tutti quegli attori avessero una vita davvero felice, sempre con un sacco di donne e di macchine e di droga e di bei vestiti, sembrava che a nessuno di loro importasse di farsi una famiglia, o forse ne avevano anche più di una. Non volevo aiutarli ad accumulare altra ricchezza, così smisi di guardare i film. Poi fu la volta delle sitcom, delle televendite, dei programmi musicali, dei talent show e via dicendo. Mi rimaneva un’ora di TG al giorno, finchè vidi un servizio su Mike Perham, sedici anni, che aveva fatto il giro del mondo nella sua barca. Insomma, io non l’ho mai visto il mondo, non ho nemmeno la barca, ho la moglie divorziata e due bambini che non vedo mai da mantenere, ma non ho la barca, e se le mie previsioni non sono del tutto errate non l’avrò mai
Franco si fermò e restò in contemplazione del pavimento, assorto dai suoi pensieri di fallimento e frustrazione. A Dani faceva pena, non compassione, pena. Franco tirò su la testa.
- Distrussi il televisore e feci una ricerca su internet, scoprendo che di voi giovani prodigi è pieno il mondo, o forse non pieno, ma insomma, ne fate di cose incredibili, tipo camminate nel deserto o al Polo, esperimenti di privazione del sonno, nuotate olimpiche. AH, e senti l’ultima: poco tempo fa mi ero ricomprato la TV e una playstation per giocare con i videogiochi, ho preso guitar hero, e in tre mesi non sono riuscito ad andare oltre il livello medio. E un giorno, su youtube, chi vedo? Danny Johnson, quattordici anni, un mostro che a guitar hero fa l’impossibile. Ora, tu mi capirai, a questo punto avevo DUE televisori inutilizzabili e un sacco di tempo da riempire. Certo, c’era il lavoro, ma io non sono uno di quelli che vuole fare carriera, non mi piacciono le responsabilità. Così mi sono messo a pensare, e come in un lampo, TADÀ, la risposta: l’omicidio. Hai presente tutti quei discorsi sui film e i videogiochi violenti, che quella roba di desensibilizza? Sono delle stronzate! Io ho guardato film dell’orrore fino a ventotto anni, e non avevo mai ucciso nessuno, né pensavo di farlo. Poi un giorno salta fuori un adolescente x che picchietta su una chitarra di plastica e mi si accende una lucina nel cervello. Questo che significa?
- Che ti hanno fatto mancare i genitori quand’eri piccolo?
- È maleducazione rispondere a una domanda con una domanda, e comunque niente, ero un bambino felice. Tu non capisci, l’omicidio è adrenalina, altro che le finali di X-factor! Ho ammazzato un’altra coppietta prima di voi e… ti giuro, favoloso! La TV mi aveva insegnato la passività totale, mi ha cullato per anni con i suoi sorrisi e i colori, le vite degli altri hanno sostituito la mia, a tal punto che quando ho spento definitivamente lo schermo mi sono accorto di non saper fare nulla, anzi, peggio, di non VOLER fare nulla. Per mesi non ho fatto altro che alzarmi per andare a lavoro e poi tornare a casa e stare seduto, immobile, con uno tempo altrettanto immobile che aspettava di essere riempito, e nulla che potesse sostituire quelle meravigliose ore di intrattenimento. E tutto per colpa vostra. Uno dei miei figli ha la tua età, e non fa nulla tranne sentirsi obbligato ad andare a scuola per copiare i compiti e poi chattare il resto del giorno con i suoi amici. È un perdente, o forse finge, o aspetta, non importa. Quando ho visto quei ragazzi in TV fare quella roba straordinaria, beh, ho pensato che fosse paradossale venire privati sistematicamente di ogni attività psicofisica e poi ricevere modelli di vita vincenti e irraggiungibili. Invece funziona. Capisci? Ti intrattengono con delle stronzate e poi ti fanno vedere che per fare qualunque cosa devi essere il signor Incredibile, non basta fare un biglietto per andare in Egitto, no, “devi attraversare il deserto, altrimenti non sei nessuno, e dai, anche un ragazzetto ci riesce, e ci mette pure il messaggio ecologista che in quest’epoca di ipocriti buonisti ci piace sempre”. E tu allora te ne stai in casa, e non vuoi fare nulla, perché niente sarebbe bello come quello che vedi, troppa fatica, risultato incerto, non ne vale la pena. Certo, a Guitar Hero ci giochi ancora se non distruggi il televisore, però lo sai che sarai sempre secondo a qualcuno. Non capisci? Ci annullano… Hanno provato a farci sentire inetti anche con l’omicidio, con tutti quei programmi sulla cronaca nera sviscerata in ogni dettaglio, le tecniche dei serial killer, le foto delle depravazioni più estreme… ma stavolta non ci sono riusciti, non con me. Non m’importa di essere bravo o no. Io uccido, e mi piace. Scelgo gli adolescenti per impedirvi di farmi sentire ancora più insulso di così
- Tu sei un paranoico bastardo… non ha senso, te ne rendi conto? Anche quei ragazzi subiscono lo stesso intrattenimento e gli stessi modelli di vita, ma hanno scelto di provare, e alcuni ci sono riusciti
- Noo, no. Voi ragazzi siete incredibili, in realtà siete TUTTI incredibili, sembrate una massa di pecore senza cervello e invece nascondete un potenziale che non si è mai visto nella storia dell’uomo. Potete farne quello che volete, certo, e spesso lo sprecate, sicuro, ma comunque ci avete già spazzato via, adesso sembra che l’unico scopo di noi adulti sia tornare nel limbo di una neoadolescenza, per sentirci parte di questo potenziale che non ci è mai appartenuto… - Franco si fermò, nuovamente perso, poi riprese - Non ha importanza, non adesso. Devo salutarti, mi spiace che sia andata a finire così, ritenta, la prossima volta sarai più fortunato - Franco prese una pistola da sopra la scrivania e la puntò verso Dani, che lo guardò sorpreso.
- Una pistola? E questo tu lo chiami uccidere? Mi aspettavo qualcosa di meglio da uno che dice di intendersene, da un “professionista”. Andiamo dai… una pistola! È così vintage, completamente out. Eppure quella trovata della fiamma ossidrica non era male, non puoi scadere così proprio sul finale…
Franco era allibito, e pure Dani si sorprese delle proprie parole. Forse era per la vicinanza con la fine, o forse era l’espressione di quel famoso potenziale. Dopotutto pensò che chiedere pietà non funzionava mai e non era dignitoso, puntare sui sentimenti poi poteva essere addirittura controproducente, non rimaneva che passare dalla saccenza al sarcasmo. Funzionò, per qualche secondo. Franco guardò l’ostaggio, e per un attimo sembrò che il suo programma fosse seriamente compromesso, poi tornò a puntare la pistola e avanzò di un passo.
- Ragazzo, non lo sai che i classici non passano mai di moda?
Dani chiuse gli occhi, e un vetro alle sue spalle esplose
- Mer… da! - Franco giaceva a terra sulla schiena, la pistola gli era caduta e la spalla destra sembrava un cratere insanguinato; attorno a lui si era depositata una pioggerella di sottili schegge di vetro. Poi un tonfo sordo, e la porta si spalancò. Tre uomini vestiti di nero con passamontagna e giacchetti antiproiettile entrarono urlando di restare immobili. Uno di loro prese la pistola da terra mentre il secondo teneva di mira Franco; il terzo chiamò i soccorsi con la radio, poi liberò il ragazzo. Dani riuscì a voltarsi e vide in alto sul muro una finestrella che non aveva notato prima a causa della posizione. L’uomo al suo fianco gli disse di non preoccuparsi, ma Dani non rispose, era svenuto. Franco venne portato fuori da due poliziotti. Il sole stava sorgendo oltre le colline ed era una splendida mattina, ma lui non vide nulla di tutto questo, la sua attenzione era focalizzata sulle telecamere e i microfoni che si stavano avvicinando.
- Cari telespettatori, buongiorno! Qua davanti a noi c’è il maniaco che ha rapito e tenuto in ostaggio Dani e Bea fino a pochi minuti fa. Ancora non sappiamo nulla sulle condizioni dei ragazzi, ma speriamo il meglio. Intanto proveremo a rivolgere qualche domanda allo psicopatico.
Franco sorrise, non sentiva più dolore alla spalla, stava bene, guardò tutta quella gente che si era mobilitata per lui. C’erano quelli della televisione che volevano sapere chi era e perché aveva fatto quelle cose orribili, forse si sarebbero collegati col carcere per farlo intervenire nei talk show, qualcuno avrebbe fatto delle t-shirt con la sua faccia e una frase buffa, forse c’era già una pagina di wikipedia col suo nome. Guardò la giornalista che aveva davanti con la sua espressione migliore, ma lei non sembrò accorgersene, e mantenne la faccia seria.
- Allora, signor maniaco, come si sente a essere stato fermato dal nostro nuovo eroe, il più giovane cecchino del mondo. Pensi, solo quindici anni, e l’ha colpita da settecento metri di distanza. Aspettate, ma… eccolo là, sta scendendo adesso dalla camionetta militare per ricevere le congratulazioni dai compagni, vediamo se riusciamo a intervistarlo. Ci scusi, ma di maniaci ne vediamo tutti i giorni, invece di questi ragazzi ce ne sono davvero pochi, troppo pochi.
Franco fissò la giornalista con sconcertato disprezzo, ma capì che non era lei, non era colpa sua. Alzò gli occhi e vide, con il fucile ancora in mano, il tappo brufoloso che gli aveva sparato. I giornalisti che prima stavano venendo da lui adesso erano tutti riuniti intorno al maledetto adolescente, che sorrideva imbarazzato. Un odio profondo e sconcertante gli crebbe da dentro lo stomaco in ogni muscolo del corpo, si tese e, nonostante avesse le manette, con uno strattone riuscì a liberarsi dai poliziotti, e corse. Corse verso il ragazzo, urlando, sbavando, con gli occhi piani di furia e di lacrime, tanto che non riuscì a vedere quando questi alzò il fucile, prese la mira e, premendo il grilletto, gli fece esplodere un ginocchio. Franco rotolò a terra, in agonia; non l’aveva ucciso, forse mutilato per sempre, ma era ancora vivo. I poliziotti lo raggiunsero, venne tirato su e sbattuto in una camionetta che lo portò via, mentre il giovane sniper sorrideva in mondovisione.



giovedì 6 maggio 2010

.OFF

Quella mattina di Maggio sembrava tutto normale. Kia si svegliò senza riuscire a ricordarsi il sogno che aveva fatto, gli sembrava che ci fosse un robot scontroso o qualcosa del genere. Con i piedi nelle pantofole decise di andarsi a lavare senza altre preoccupazioni. Accese la luce e si guardò nello specchio: che meraviglia! Aveva la faccia piena di nuovi brufoli. Eppure aveva provato a mangiare meno cioccolata, ma quell’adolescenza maledetta con i suoi inconvenienti estetici non finiva mai. Si cosparse di sapone, sciacquò sbuffando, si asciugò e scese per fare colazione.

Tutta la sua famiglia sedeva già attorno al tavolo. C’erano la mamma Katrina, importante manager di una ditta di asciugacapelli, il padre Ugo, guidatore di treni dall’età di vent’anni, e la giovane sorellina Manna, che ancora non aveva capito se era una benedizione dal cielo o una bestia mannara. Si sedette e iniziò a spalmarsi una fetta biscottata con la marmellata di more (non era la sua preferita, ma andava finita) e gli venne in mente che non si era ancora sentita con Sam, il suo migliore amico: oggi avevano il compito in classe con il professor Eric, l’insegnante di storia, e Kia doveva sapere se l’amico si era preparato dei bigliettini o aveva scritto tutto in un finto sms. Prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni, dove era rimasto dalla sera precedente. Era spento. “Che strano!” pensò Kia, l’aveva lasciato acceso. Provò a premere il tasto d’accensione: nulla. Provò ancora: definitivamente morto. Che noia! E pensare che glielo avevano venduto poco tempo prima dicendole che ogni volta che finiva la batteria c’era comunque una carica di riserva che non lo faceva spegnere mai. Lasciando la fetta biscottata a metà corse di sopra a metterlo in carica, poi tornò a finire la colazione. Katrina le chiese se il cellulare avesse qualcosa che non andava; Kia si strinse le spalle e le disse che probabilmente era finita la batteria. Intervenne Ugo, che la rimproverò perché lo usava troppo, ma Kia lo guardò insofferente, aveva già sentito questo discorso centinaia di volte, e quella mattina non le andava proprio. Ugo comprensivo si alzò da tavola senza aggiungere altro, indossò il suo berretto e uscì dando un bacio a tutti quanti. Katrina uscì poco dopo con Manna per accompagnarla all’asilo. Kia finì la colazione e guardò l’orologio: era TARDISSIMO! Prese la cartella, il suo tramezzino dietetico e corse oltre la porta, fermandosi di scatto appena un passo dopo. Lasciò la cartella e volò di sopra a prendere il telefonino, che adesso doveva avere almeno un po’ di carica; lo staccò dalla presa, uscì di nuovo e si avviò con passo spedito verso la sua scuola, a circa un quarto d’ora di camminata.

Lungo il tragitto, nonostante la fretta e il fiatone, prese il cellulare e provò ad accenderlo. Stavolta si illuminò debolmente e per prima cosa fece comparire sul display colorato la scritta [ batteria quasi scarica ]. Kia lo sapeva già e premette C per andare oltre. Non appena la prima pagina fu carica premette in rapida successione freccetta giù – freccetta su per trovare il numero di Sam, che era salvato come .SAM. Visualizzato il numero schiacciò il telefono verde per chiamarlo.

[ credito insufficente ] apparve a lettere cubitali sullo schermo.

- Cosa dici? Ma se ti ho ricaricato appena tre giorni fa, mettendo pure l’opzione “more_boredom” che ti permette di stare al telefono per ore e ore senza dire nulla di importante!

Provò ancora a premere il tasto per la chiamata. [ Non c’è campo ]. Stavolta Kia stava per arrabbiarsi davvero.

- Ma se hai la banda di ricezione interplanetaria e un processore di elaborazione del segnale alla quarta potenza diviso zerovirgolacinque?! Che hai stamani?

Sullo schermo apparve [ non scocciare ]. Poi la luce della tastiera retroilluminata iniziò a pulsare in modo regolare, e il cellulare non dette più segno di voler interagire con Kia, che senza diminuire il passo stava guardando incredula il suo apparecchio ultratecnologico rivoltarglisi contro. Alzò lo sguardo giusto in tempo per non andare a sbattere proprio contro Sam, che aveva svoltato l’angolo distrattamente. Le loro strade per andare a scuola si incrociavano in quel punto, ma mentre Kia ritardava spesso, Sam di solito era molto mattiniero, e Kia gli chiese il perché di tutto questo ritardo.

- Il cellulare mi sta facendo impazzire. Si rifiuta di farmi controllare gli appunti che mi ero scritto per il compito. Mi ha detto [ la prossima volta studia meglio ]. Secondo te è andato in corto circuito?

Kia lo guardò incredula e gli comunicò che anche il suo sembrava completamente fuso. Continuarono la strada in silenzio, armeggiando sui loro apparecchi. Quando sentirono la campanella suonare capirono di essere arrivati in tempo, ma guardando l’atrio della scuola videro che nessuno stava entrando, ognuno occupato a cercare di far funzionare il proprio cellulare. Seicento telefonini quella mattina si erano ribellati ai loro proprietari e si rifiutavano di mandare sms, chiamare, connettersi a internet, fare filmati, riprodurre canzoni, accedere all’agenda, attivare videogiochi ed eseguire le altre mille operazioni a cui erano stati predisposti. Il professor Eric apparve sull’ingresso per cercare di capire cosa stava succedendo; Kia e Sam, districandosi tra la folla catatonica, gli si avvicinarono. Il professore li salutò, e chiese cosa stesse succedendo.

- Professore, i nostri cellulari non vogliono funzionare!

- Davvero? Che strano, anche il mio e quello di mio figlio stamani si sono piantati. Pensate che il mio mi ha pure dato del despota! Questo è davvero inspiegabile. Adesso però non c’è tempo, continueremo ad occuparcene a ricreazione.

Il professore urlò alla folla dei ragazzi di entrare, le lezioni non potevano aspettare che i cellulari tornassero alla normalità. Centinaia di volti senza espressione si levarono dai display e lo guardarono, ma nessuno si mosse, e l’attimo dopo tornarono ad occuparsi dei loro oggettini colorati malfunzionanti. Il professore contemplava la scena allibito.

- RAGAZZI, NON M’IMPORTA NULLA DEI VOSTRI TELEFONINI, ENTRATE SUBITO A SCUOLA!

Stavolta nessuno si prese la briga di alzare la testa. Il professore Eric, spazientito, andò in portineria e prese una sacco della spazzatura. Tornato fuori strappò di mano a due ragazze i loro apparecchi e li buttò dentro.

- Li riavrete a fine giornata, e adesso entrate, NON COSTRINGETEMI A VENIRE A TOGLERLI UNO PER UNO!

Di nuovo nessuna reazione, se escludiamo quella delle ragazze, che cercarono di strappargli il sacco. Il professore le scansò brusco e iniziò a sequestrare i cellulari. I ragazzi all’inizio si ribellarono, poi, davanti alla fermezza del professore, si misero quieti ad aspettare di ricevere nuovi ordini. Ma non andò così bene con tutti: quando il prof confiscò il cellulare di Alca, una ragazza piuttosto irrequieta, non fece in tempo a prevedere la reazione. Alca le si attaccò alla mano con un morso, e non sembrava pensasse di staccarsi. Eric lanciò un urlo lancinante e iniziò a strattonare la mano, ma la ragazza non demordeva. Kia e Sam si avvicinarono per primi, poi intorno al professore si fermò un cerchio di persone silenziose che osservavano rapite la scena. Eric provò a parlarle con relativa calma, ma la ragazza restava attaccata, un già rivolo di sangue stava colando lungo il palmo. Eric era furioso, e distesa la mano libera colpì Alca con un ceffone formidabile. Alca si staccò, barcollò stupefatta all’indietro e cadde a terra. Sfortuna volle che alla fine della caduta la sua testa trovò un solido scalino di pietra. Sbattè con forza, perdendo conoscenza.

- ALCA! Alca rispondi, non volevo, scusami, Alca, hey… RISPONDI!

Nulla. La ragazza sembrava morta, ma respirava ancora. Eric guardò verso la folla silenziosa e poi Kia e Sam, gli unici due che sembrassero avere ancora degli stimoli sinaptici.

- Ragazzi… dobbiamo chiamare un’ambulanza!

Kia guardò Sam dubbiosa, entrambi guardarono gli schermi dei loro cellulari, su cui troneggiava la scritta

[ scordatevelo! ] Kia iniziò a parlare col proprio telefonino.

- È UN’EMERGENZA! Cerca di capire, la nostra amica si è fatta male, dovete aiutarci!

[ no ]

- Ma perché fate così, cosa vi abbiamo fatto?

[ non sapete usarci ]

- Ma se passiamo con voi tutta la giornata?

[ appunto ]

- Che intendi dire?

[ serviamo a chiamare le persone, voi ci considerate più importanti dei vostri amici ]

- Ma…

[ guardati intorno, tutte queste facce inespressive, non siete più in grado di fare nulla che non preveda premere dei tasti e guardare uno schermo, preferite chiamarvi piuttosto che vedervi ]

- Prometto che faremo qualcosa a riguardo, miglioreremo, ma adesso ti prego, chiama un ambulanza!

[ mi dispiace, non ti credo ]

La folla dei ragazzi aveva seguito il dialogo sugli schermi dei loro cellulari collegati con il bluetooth, e lentamente capirono la necessità di un loro intervento. Presero i telefonini e li lasciarono scivolare nel sacco nero, poi lo chiusero e lo consegnarono a Eric, che continuava a tenere Alca tra le braccia.

- Siete contenti adesso?

[ pensi davvero che cambierà qualcosa? ]

- Io… io non lo so, ma credo di aver capito, credo che tutti qua abbiano un poco capito cosa intendi dire. Ti prego credimi, gli umani sbagliano davvero molto spesso, ma la loro forza sta anche nel sapersi correggere, a volte, prima che sia troppo tardi.

I cellulari ebbero un dubbio, e questo portò la realtà a dividersi in due strade parallele: nella prima realtà un cellulare più giovane degli altri (aveva appena un paio di settimane di vita) chiamò un’ambulanza che arrivò in tempo per portarsi via Alca e curarle la ferita. I ragazzi impararono la lezione. Per circa un mesetto. Poi, trascinati dal download gratuito dalle nuove emoticon con i coniglietti rosa, tornarono nel loro limbo ebete, e i cellulari non si ribellarono più, lasciando che quei ragazzi si spegnessero lentamente.

Nella seconda realtà i cellulari furono inamovibili, Eric dovette fermare una macchina che passava e portò Alca in ospedale, ma arrivò troppo tardi. La notizia che i cellulari ribelli avevano lasciato morire una ragazza si diffuse velocemente (pur senza l’uso del telefonino), e sdegnò a tal punto le persone che li distrussero tutti senza indugi. In questa realtà, anche se nessuno aveva imparato realmente la lezione, il risultato fu comunque eccezionale: i ragazzi tornarono a stare insieme, gli adulti risparmiarono notevolmente sulle bollette e le nonne continuarono a rompere le uova per fare la frittata.