venerdì 14 novembre 2008

PROFONDO DISGUSTO e una METAMORFOSI



È solo un corpo morto, un pezzo di carne che ha iniziato il suo processo di decomposizione, che scopo ha cercare di purificarlo? Non saprei, è che ormai mi sono affezionato, dopo tutto questo tempo. L’ho trovato per caso un giorno, nei miei pellegrinaggi, quando ancora non sapevo che si muore soli, era adagiato sulla poltroncina di un teatro, e non diceva niente. Non esprimeva né rabbia né commozione, non veniva voglia di toccarlo, tantomeno di spostarlo; non puzzava ancora, ma si capiva che era morto da un bel po’. Così l’ho preso con me, ho deciso di portarlo qua, a casa mia, posizionandolo come potevo su di un tavolo, in attesa di sapere dove metterlo. È il corpo di un superbo, la cui unica capacità era quella di sentirsi il solo a meritare di vivere il presente, preso dall’immagine che si era creato di se e che cercava di proporre agli altri. Mi sembra di sentirlo, pomposo, che si bea di argomenti di cui non sa nulla usando parole di cui a malapena conosce la corretta pronuncia: “il senso di trascendenza implicito al gesto mi a portato al culmine della gamma cromatica sensibile” per dire che era stato al bagno e ci aveva passato una mezz’ora della sua vita, che di tempo ne ha sempre avuto troppo, finché non ne ha avuto più.
Oggi mi sento inspirato, sarà che a vederlo così mi è venuta voglia di aiutarlo ad essere migliore. Nella cassetta degli attrezzi che ho preso in garage trovo un martello e una scatola di chiodi, di quelli grossi, per quadri importanti, per novelli Gesù da mutilare con cura, per appendere le immagini di se ingigantite fino a rivelare ogni insignificante particolare; ho il martello in mano e una sensazione di potere addosso, sorrido consapevole di avere tutto per me il cadavere che ho sempre sognato. La luce gialla illumina la stanza, il computer acceso emette un ronzio fastidioso che si mischia senza amalgamarsi al fischio continuo che mi urla nelle orecchie da due anni a questa parte, ed ora è come un vecchio amico che ti si è piazzato in casa e non vuole più andarsene; che caro, è così affettuoso! Mi metto le cuffie, due dischi volanti bianchi che costano di più perché ti emettono nel cervello meno schifezze elettroniche, come se davvero volessi fare il professionista o vivere così a lungo da poter raccontare di aver fallito. La musica è leggera, si addice alla prima notte di luna calante, si festeggia un evento importante: il ritorno del buio e la stigmatizzazione di un bastardo. Ingoio ad occhi chiusi una manciata di cereali secchi tipo corn flakes, però più buoni, e vibro il primo colpo.
Forte e obliquo sui piedi, sovrapposti per l’occasione. Dalle ferite esce un liquame rosso solo all’apparenza, sono piccoli grumi che schiumano via dalla pianta e macchiano il legno del tavolo. Questo è per non aver fatto più un passo, per essere rimasto immobile a fissare il mondo che ha continuato a girare; la tua superbia avrebbe voluto che si fermasse in contemplazione della tua morte, e invece è stato così dinamico da dimenticarti, rimpiazzarti con elementi più funzionali, come in una fabbrica lasciata in mano al socialismo. Il giorno in cui sei morto eri in una piazza, era notte e non c’era nessuno, solo il vento che sussurrava una verità relativa, ti spingeva a cambiare e tu non l’ascoltavi; non te ne sei neanche accorto che la vita scivolava via, troppo preso nel cercare di guardarti in terza persona per vedere se riuscivi lo stesso a piacerti. Quel giorno eri forte, come non potevi esserlo? Lo eri stato fino a quel giorno, una vita passata ad accrescere il proprio personaggio, a recitare una parte fine, dedicata a coloro che non hanno la dote di saper dire le bugie. E poi eri stato al mare da poco, e anche il sole ti baciava, e a volte basta così poco per sentirsi amati. Ma non ti accorgesti di essere da solo, e non capisti che lo saresti stato per il resto dei tuoi giorni, scivolato nel letargico, finale torpore.
Contemplo l’inizio dell’opera e devo dire che se mi impegno a volte riesco a creare anche qualcosa di interessante, tutto sta nell’applicarsi con dedizione, con trasporto. Un velo di sudore mi appanna gli occhiali mentre cerco qualcosa nella cassetta, devo trovare lo strumento giusto per il prossimo lavoretto, e sono così concitato da accorgermi solo dopo un paio di minuti che ce l’ho già in mano: il martello! Splendido, in due pezzi, manico di legno e testa di una lega arrugginita ma che picchia ancora duro. Sui ginocchi in frantumi. Mentre vibro i colpi sento le ossa piegarsi e spezzarsi, la rotula in frammenti fuoriesce dalla carne spappolata mentre le gambe si piegano in dentro, ridicole e scomposte, come se fossi atterrato su di loro dopo esserti buttato dal balcone di un quinto piano. Forse avresti dovuto. La seconda volta che sei morto eri proprio su quel balcone che aspettava di vederti saltare, e invece niente, perché ancora non sapevi d’essere morto, anche se c’era già qualcosa che puzzava. Era di nuovo notte, una notte d’estate non bella ma abbastanza calda da far pensare che il buio e il freddo siano entità distinte tra loro; illuso, ti saresti ricreduto presto. Un gatto grigio ti osservava in silenzio, battendo la coda prima a sinistra, poi a destra, poi di nuovo a sinistra e così via, quasi a voler scandire il tempo che ti stava sfuggendo di mano. Quella sera pensavi che tutto sarebbe andato al posto giusto, come la prima volta che scarti un puzzle e vedi la figura in copertina senza la minima consapevolezza di tutti i pezzi che la compongono; non pensavi neanche di voler giocare, eppure qualcuno aveva già iniziato a mettere i tasselli in ordine, e anche se gli incastri a volte non sembrano giusti è solo perchè hai perso di vista il quadro completo.
Sembra che il prossimo passo sia obbligatorio nel moto d’ascesa di rivisitazione del corpo umano, e chi di voi ha giocato al dottore da bambino, o all’allegro chirurgo da grande, sa di cosa parlo. Le mani frugano nella cassetta, ma vanno a colpo sicuro e si stringono sulle cesoie, grandi e affilate da poco; sembra quasi uno spreco avere uno strumento così imponente per uno strumento così piccolo. Dà molta meno soddisfazione del previsto recidere via con un taglio unico il sesso molle del corpo inerme. Quello che cola dalla ferita aperta sembrano residui di epitalamo, ma dev’essere la poca luce, o la suggestione di aver sempre visto le persone ragionare con i genitali. Chissà, a nascere col potere come ci si sente, essere maschio a volte lascia un po’ interdetti, soprattutto il terzo giorno in cui muori; te lo ricordi il tuo, stupido corpo mutilato? Certo, anche quella volta eri in piazza, non erano passati che pochi giorni dall’ultima morte, ma in quel momento era pomeriggio e c’erano tante persone, e tu ti sei sentito come loro, un pezzo di folla, un illusione proiettata sullo sfondo; e ancora niente, non ti eri accorto che la vita da esserti scivolata accanto stavolta ti era proprio passata sopra ed eri stato schiacciato, da quel giorno ciò che oggi ti ho reciso sarebbe stato completamente inutile se non per compiacere la tua solitudine, e così sia, ma mi fa pena vederti in mezzo a quelle persone e scoprire che anche il sole aveva smesso di baciarti, seduto inerme e silenzioso all’ombra alta di un campanile che non aspettava altro che suonare la tua ora, ma la tua superbia non ti permetteva ascoltare. Eri in ritardo all’appuntamento con il tuo decesso, e non si può far aspettare troppo la morte.
L’ultimo gesto mi ha fatto sentire un po’ a disagio, va bene che devo dissacrare un corpo per creargli un nuovo valore, ma a volte mi lascio un po’ prendere la mano ed esagero con i miei sprazzi artistici. Guardo il corpo che non mi restituisce lo sguardo, anche questo sintomo dell’antica importanza che il cadavere si dava. Il prossimo oggetto è semplice quanto essenziale, non sta nella cassetta degli attrezzi, ma sospeso sul corpo disteso; non mi torna in mente di preciso quando o perché mi sono fatto montare in camera un oggetto simile, ma a quanto pare ogni cosa si rivela utile a tempo debito. Niente bisturi, niente anestesia. Il gancio sprofonda nella stomaco, centimetri di elastici ventricoli ammassati l’uno sull’altro, vuoti e inutili a tal punto che mi ricordano qualcuno. Quando sento di aver beccato una delle viscere più resistenti tolgo la mano dallo stomaco e tiro la catena, appendendomi con entrambe le braccia con una foga tale da perdere l’equilibrio, finendo per terra. Quando mi rialzo lo spettacolo è di una grazia tale da costringermi a scattare qualche foto allo stomaco nudo appeso in alto, ancora legato ma così leggero da essere sospeso, accompagnato da una stretta d’acciaio. Se tu avessi potuto sentire ancora la sensazione non sarebbe stata tanto diverso da quella che ti prese in un giorno di mare, circa un mese dopo l’ultimo decesso. Il quarto decesso avvenne di nuovo un giorno che il sole sembrava volerti abbracciare, eppure avevi freddo. Eri in spiaggia e stavi camminando, osservavi i bambini troppo grassi giocare con bambine che sarebbero diventate o troppo facili o troppo fragili. Non c’era niente che non andasse, è che assomigliava tutto a una pubblicità, a un reality girato così male da far vedere il trucco, da sfilacciare il velo di Maya, che si apriva per la prima volta su di te, scoprendoti morto. Una lacrima e poi un’altra, non poteva essere, non tu, così giovane e bello, così forte e coraggioso, così superbo che neanche l’oscura signora avrebbe potuto toccarti senza chiedere il permesso. Era già successo per tre volte, ma ora finalmente percepivi il profondo significato del decesso, una morsa gelida a quello stomaco che non hai più dentro di te; anche al tempo ben poco c’era rimasto, ma non fu la dieta, ma la consapevolezza quella che ti fece più male. Se ti può consolare nessuno notò il pianto, solo la sabbia, ma si asciugò presto, e anche il dolore si rivelò, somigliandoti, nella sua essenza: superfluo.
Se la vita delle persone fosse sempre in diretta, conciato così faresti uno share altissimo, almeno per qualche secondo, poi saresti già scontato; ma che ci vuoi fare, panta rei, gi attori, gli amori, le prime e le seconde serate, i fine settimana, le estati, i momenti brutti. Non il tuo però, il tuo iniziò quel giorno. Ma ora vediamo, come fare per tenere alta l’attenzione? Il rituale sta diventando noioso, ci vuole il gesto simbolico, il catalizzatore. Ho quello che ci vuole! Peccato, se tu fossi stato un vampiro ti avrei dato la pace, ma questo picchetto pigiato a spregio nel cuore, di cui spunta solo la capocchia piatta, ti fa sembrare più che altro la pulsantiera di un gioco a premi in cui è in palio la tua dignità di cadavere, e non c’è dubbio: tu hai perso! Colpire il cuore, così vicino ai polmoni da farmi pensare di aver traforato anche uno di loro, per me non sarebbe un problema, sono asmatico; questo muscolo carico di significati secondi che ti galleggia nel petto incassato non batte più, e la sua immobilità è così totale da farci chiedere se ha mai battuto davvero, offrendoti quei pochi istanti di vita necessari se si vuole morire con decenza, una, due, tre, quattro, cinque volte. Un bosco, di mattina stavolta; anche quel giorno apristi il cuore senza trovarci niente dentro, e gli alberi ti ascoltarono mentre confessavi di aver avuto qualcosa la dentro, una volta forse, sbiadita e confusa in mezzo alle costole, ma c’era. Il sentimento più forte quel giorno la facesti provare a una famiglia di cornacchie che ti videro passare, sconsolato e inconsolabile ora che sapevi la verità sul tuo decesso ormai passato e ripetuto in loop fino alla saturazione; gli uccelli ti guardarono a lungo prima di iniziare a gracchiare, e anche se non potevi tradurre con esattezza ti inchinasti alla fragorosa risata che stavi provocando.
Sono un po’ stanco e mi mancano le forze, stamani mi sono dimenticato di fare colazione e ieri notte di dormire. Però mi sento euforico, quest’attività mi da una certa soddisfazione pragmatica, un accanimento terapeutico approvato dal carnefice e ignorato dalla vittima, un po’ come nella realtà. Bisogna togliersi delle soddisfazioni finché si è in uno stato diverso da quello del mio ospite; certo se mi fosse capitato di incontrare il corpo di una ventenne avrei tentato forse anche qualche altra sperimentazione, ma che vuoi farci, non ci si può mica lamentare della provvidenza, anche se agisce per caso. È il momento del filo spinato, lo scopo è simulare una preghiera. Hai fatto in tempo a congiungere le mani e chiedere qualcosa a Dio? Se così non fosse cercheremo di rimediare presto, tu intanto pensa al desiderio che più vuoi veder frustrato, la realizzazione non sta in cielo o in terra, sta dentro di te fin quando riesci a tenere gli organi in attività. Ecco fatto, una passata di filo e abbiamo ottenuto un fedele silenzioso che eventualmente avrà dei problemi a genuflettersi. Nel vederti simulare la preghiera mi sembra di riconoscere le giornate in cui hai continuato con i tuoi decessi a catena, moto perpetuo di cui hai supplicato la fine, e quando hai visto che non sarebbe arrivata hai chiesto il massimo dolore possibile, per tutti. Ma se nessuno ti ascoltava da vivo pretendi che qualcuno senta la tue parole adesso? Pensi di essere più vicino a Dio? Ti sbagli alla grande, sei nell’abisso più scuro, e quando credi di aver già raschiato abbastanza il fondo ti si apre il livello successivo, e precipiti. Stupido cadavere che con le giornate si è fatto sempre più quieto e immobile, fino ad oggi.
Per l’ultima rifinitura sono di nuovo i chiodi a voler essere protagonisti, ma stavolta non ho bisogno del martello. Sto ascoltando “the Better Things to Come” di Lycia, un’eterea pagana che ha scelto di comporre in minore per le foreste e gli spiriti, per le cascate e l’orizzonte che comunque vada non potrai più vedere, con due chiodi conficcati nel bulbo oculare. Questo è l’epilogo giusto, il colpo di classe con due lunghe antenne da chiocciolina, che ti rendono meno cieco di quando potevi osservare e insistevi nel distogliere lo sguardo, proporti le tue versioni soggettive ed errate perché la verità esiste solo per chi la cerca e a te è sempre piaciuto mentirti. Come quel giorno a teatro, quando ci siamo incontrati. Eri andato per avere delle risposte e hai trovato nuove domande che mettevano in discussione il tuo personaggio, il tuo ruolo nella commedia sociale. Volevi che fosse il giorno per morire un’ultima volta, definitivamente, e rinascere pacificato. Non è accaduto, ma se prima eri solo a inquisirti da quel momento ogni ricordo della tua esistenza ti ha preso a schiaffi, cercando di svegliarti per svelare che c’è qualcosa di più interessante che continuare a morire, ci sono cose per cui forse, e forse è solo un modo di dire sicuramente, vale la pena Vivere. Così ti ho preso con me per cercare di finirti, ma anche adesso sento che vorresti liberarti per tornare a soffrire in pace, soluzione semplice per chi non sa combattere.
Mi piacerebbe saper fumare, adesso una sigaretta ci starebbe proprio bene, come con il caffè e il sesso, ma chi lo sa, non ho mai provato… ma c’è comunque qualcosa che non va, tu respiri ancora ed io invece sono sempre più stanco, mi si piegano le ginocchia, mi fa male la pancia e non ci vedo molto bene. La superbia non ti permette di morire una volta per tutte, ma stanotte sarò la cura al tuo male. E spiro. E ti porto via con me.

Adesso sei libero.
Credici.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

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trauma_elettronico ha detto...

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